venerdì 27 settembre 2013

POIEIN

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo
Non ti cercherò mai

sperando sempre di trovarti
ti ho risposto
Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli

M. Mari - Cento poesie d'amore a Ladyhawke - Einaudi

giovedì 26 settembre 2013

...il migliore dei mondi possibili.

A me, avevo detto, queste cose facevano tornare in mente il personaggio del Candido di Voltaire, Pangloss, che pensava che il mondo in cui viveva fosse il migliore dei mondi possibili: i nasi erano fatti
per portar degli occhiali, e infatti c’eran gli occhiali; le gambe erano fatte per essere imbragate, e infatti c’eran le braghe; le pietre erano fatte per fare i castelli, e infatti c’erano i castelli. E le cose non potevano essere altrimenti.
Il nostro mondo, più di due secoli dopo, a pensarci, era ancora di più il migliore dei mondi possibili, e le cose non potevano essere altrimenti.
Le metropolitane eran fatte per usare i fondi per le metropolitane, e infatti c’erano i fondi per le metropolitane. Le università erano fatte per far lavorare i professori, e infatti i professori lavoravano. Gli spettacoli teatrali erano fatti per far sopravvivere le compagnie teatrali, e infatti le compagnie teatrali sopravvivono. I giornali erano fatti per far stampare la pubblicità, e infatti stampavano le pubblicità. Il codice della strada era fatto per far dar delle multe, e infatti di multe ne davano un’esagerazione.
[…]
Avevamo cominciato a mangiare. Io avevo un umore, dopo la mia bella tirata, che avrei dato delle testate contro il muro.

P. Nori - I malcontenti - Einaudi

mercoledì 25 settembre 2013

...impercettibilmente


Sono andato nel suo laboratorio per chiedergli di lavorare insieme. Gli spiego il mio progetto: immagini
sue, la tecnica d’incisione, e parole mie. Lui tace mentre io continuo a parlare, a spiegare. Ma lui niente.
E continuiamo così, fino a che me ne rendo conto: le mie parole sono vuote. Sto battendo sul tasto sbagliato. Ciò che non è reale non si spiega, non si comprende: si percepisce, si palpa impercettibilmente. E allora smetto di spiegare e inizio a raccontargli. Gli racconto storie di orrore e di delizie che voglio scrivere, voci raccolte per strada e sogni a occhi aperti, realtà farneticate e deliri realizzati, parole erranti che ho trovato o che mi hanno trovato.
Gli racconto le storie, e così nasce questo libro.






E. Galeano - Parole in cammino- Sperling & Kupfer 2006

martedì 24 settembre 2013

Dio è ovunque

E io: Dio è ovunque, persino nei luoghi più squallidi. E Farwell: se la pancia non mi facesse così male e se non fossi così ubriaco mi confesserei in questo stesso momento. E io: per me sarebbe un onore. E Farwell: oppure la trascinerei in bagno e la inculerei una volta per tutte. E io: non è lei a parlare, è il vino, sono quelle ombre che la inquietano. E Farwell: non arrossisca, noi cileni siamo tutti sodomiti. E io: tutti gi uomini sono sodomiti, tutti hanno un sodomita in qualche anfratto dell’anima, non solo i nostri poveri compatrioti, e uno dei nostri doveri è imporci su di lui, vincerlo, metterlo in ginocchio. E Farwell: lei parla come un succhiatore di uccelli. E io: non l’ho mai fatto. E Farwell: qui ci siamo solo noi, qui ci siamo solo noi, neppure in seminario? E io: studiavo e pregavo, pregavo e studiavo. E Farwell: qui ci siamo solo noi, solo noi, solo noi. E io: leggevo sant’Agostino, leggevo san Tommaso, studiavo la vita di tutti i papi. E Farwell: ricorda ancora quelle sante vite? E io: incise a fuoco. E Farwell: chi era Pio II? 


R. Bolano - Notturno cileno - Sellerio

lunedì 23 settembre 2013

...la brace

Voltandomi le spalle, seduto su una panca, il papà della bimba faceva delle cose alla mamma; non aveva fretta, portava lentamente la sigaretta alla bocca, lasciava uscire a poco a poco il fumo dal naso mentre la brace della sigaretta calava a posarsi su un seno della mamma, vi restava il tempo che duravano le grida soffocate dall’asciugamano che avvolgeva la bocca e tutta la faccia tranne gli occhi. Prima che io potessi capire, che accettassi di essere parte di tutto ciò, il papà ebbe il tempo di levare la sigaretta, di portarla di nuovo alla bocca e assaporare l’eccellente tabacco francese, tempo che io vedessi il corpo bruciacchiato dal ventre fino al collo, le macchie violacee o rosse che partivano dalle cosce e dal sesso fino alle mammelle dove ora tornava a posarsi la brace con meditata delicatezza, alla ricerca di una zona di pelle senza cicatrici.

J. Cortàzar -  Tanto amore per Glenda - Glenda

lunedì 15 luglio 2013

Timidezze

Lo capisco e sarebbe anche bello. Tu sei paziente, tu mi aspetti ai bivi solitari per insegnarmi la strada, tu sei veramente discreto, tu fai perfino mostra di fuggirmi, con diplomazia tutta orientale, e non osi neppure rivelare il tuo volto. Tu vuoi soltanto farmi capire - mi sembra - che il tuo monarca mi aspetta in mezzo al deserto, nel palazzo bianco e meraviglioso, vigilato da leoni, dove cantano fontane incantate. Sarebbe bello, lo so, lo vorrei proprio. Ma la mia anima è deprecabilmente timida, invano la redarguisco, le sue ali tremano, i suoi dentini diafani battono appena la si conduce verso la soglia delle grandi avventure. Così sono fatto, purtroppo, e ho davvero paura che il tuo re sprechi il suo tempo ad aspettarmi nel palazzo bianco in mezzo al deserto, dove probabilmente sarei felice.







D. Buzzati - Sessanta racconti - Mondadori

venerdì 12 luglio 2013

POIEIN

Il bacio della sfinge -  F. Von Stuk
Bacio



Ti manderò un bacio con il vento
e so che lo sentirai,
ti volterai senza vedermi ma io sarò li
Siamo fatti della stessa materia
di cui sono fatti i sogni
Vorrei essere una nuvola bianca
in un cielo infinito
per seguirti ovunque e amarti ogni istante
Se sei un sogno non svegliarmi
Vorrei vivere nel tuo respiro
Mentre ti guardo muoio per te
Il tuo sogno sarà di sognare me
Ti amo perché ti vedo riflessa
in tutto quello che c'è di bello
Dimmi dove sei stanotte
ancora nei miei sogni?
Ho sentito una carezza sul viso
arrivare fino al cuore
Vorrei arrivare fino al cielo
e con i raggi del sole scriverti ti amo
Vorrei che il vento soffiasse ogni giorno
tra i tuoi capelli,
per poter sentire anche da lontano
il tuo profumo!
Vorrei fare con te quello
che la primavera fa con i ciliegi.





Pablo Neruda

giovedì 11 luglio 2013

...speranza infinita.


Negli anni più vulnerabili della mia giovinezza, mio padre mi diede un
consiglio che non mi è mai più uscito di mente.
«Quando ti viene la voglia di criticare qualcuno» mi disse, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.»
Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo. Per questo ho la tendenza a evitare ogni giudizio, un'abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi scocciatori inveterati. La mente anormale è pronta a scoprire questa particolarità e ad aggrapparvisi, quando si manifesti in una persona normale, e così accadde che all'università fui ingiustamente accusato di essere un politicante perché ero al corrente dei dolori segreti di strani uomini sconosciuti. La maggior parte delle confidenze non erano provocate: spesso ho finto di aver sonno, o di esser preoccupato, o sono giunto a ostentare un'indifferenza ostile, quando capivo da qualche segno inconfondibile che si profilava all'orizzonte una rivelazione intima; perché le rivelazioni intime dei giovani, o almeno i termini nei quali questi le esprimono, di solito sono plagiarie e deformate da evidenti omissioni. L'evitare i giudizi è fonte di speranza infinita. Temo ancora adesso che perderei qualcosa se dimenticassi che, come mio padre mi ha snobisticamente insegnato e io snobisticamente ripeto, il senso della dignità fondamentale è distribuito con parzialità alla nascita.


F. S. Fitzgerald - Il grande Gatsby- Traduzione F. Pivano - Mondadori

mercoledì 10 luglio 2013

Quasi.


E' fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. Un poco più magra, più pallida, più diafana, però leggera, col languore soave della convalescenza dentro cui già palpitano vaghe illusioni nuove. Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con se stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttar via i vestiti indossati quando c'era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile, sbarazzarsi dei libri che anch'egli aveva letto e la comune conoscenza stabiliva una complicità segreta, vendere il cane che ormai aveva imparato a riconoscerlo e gli correva incontro al cancello del giardino, abbandonare le amicizie che erano appartenute a entrambi, cambiare perfino casa perché a quel camino lui una sera si era appoggiato con un gomito, perché un mattino quella porta si era aperta, e dietro era apparso lui, perché il campanello della porta continuava a dare lo stesso suono di quando lui veniva, e in ogni stanza le sembrava così di riconoscere una misteriosa impronta. Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.
Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato, non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L'ha fatto. Ed è stata guarita. Ora è mattino, con un bel vestito azzurro che la sarta le ha appena mandato, Irene sta per uscire di casa. Fuori c'è il sole. Lei si sente sana, giovane, tutta lavata dentro, fresca come quando aveva sedici anni. Felice addirittura? Quasi.



D. Buzzati - Sessanta racconti - Mondadori 


martedì 9 luglio 2013

La regola del gioco...



"Impossibile fare qualcosa, solo guardarla per l’ultima volta all’incrocio dei due ingressi, vederla
allontanarsi, scendere la scala. La regola del gioco era questa, un sorriso nel vetro del finestrino e il diritto di seguire una donna e sperare disperatamente che la sua linea coincidesse con quella che avevo deciso io prima di ogni viaggio; e allora - sempre, finora -, vederla prendere una diversa direzione e non poterla seguire, obbligato a tornare al mondo di sopra e entrare in un caffè e continuare a vivere finché poco a poco, ore o giorni o settimane, la sete reclamando di nuovo la possibilità che tutto coincidesse finalmente, donna e vetro di finestrino, sorriso accettato o rifiutato, coincidenze di treni e allora finalmente sì, allora il diritto di avvicinarmi e di pronunciare la prima parola, spessa di tempo ristagnante, di interminabile vagare nel fondo del pozzo fra i ragni del crampo. "









J. Cortàzar - Manoscritto trovato in una tasca -Traduzione a cura di Alessio Arena - Pubblicato su PB18

lunedì 8 luglio 2013

...nel vento

È il 1976. Il cielo è basso e pieno di nubi. Le nubi grigie sono bitorzolute, increspate e lucenti. Il cielo ha un aspetto cerebrale. Sotto il cielo c’è un campo, nel vento. A lato del campo corre un’autostrada pallida. Passano un sacco di macchine. Una delle macchine si ferma sul bordo dell’autostrada. Una giovane donna con il viso floscio fa scendere dalla macchina due bambini.


D. F. Wallace - La ragazza dai capelli strani - Minimum Fax

venerdì 5 luglio 2013

POIEIN


Antonio Ambrogio Alciati - Il convegno
La finestra sull'amore



L'intima ombra in cui

La radice che profuma di umidità.

modella a poco a poco la sua statura.

Quel calore impermeabile 

che avvolge piacevole la vita.

Da lì la linfa

il mistero affezionato a queste pareti, 

soavi, profonde

in cui cadiamo blandamente

ricercando l'origine.

Quando invento

un palato di miele nella tua bocca.

Carmen Yànez

giovedì 4 luglio 2013

...c'è uno che ti aspetta

In qualche lontana città che non conosci e dove forse non ti accadrà di andare mai, c’è uno che ti aspetta... là dove si nascondono gli ultimi segreti della vita, giorno e notte resta aperta per te la porta del suo palazzo favoloso... Tu stenti qui la vita, vai vestito di grigio, perdi già i capelli, i conti alla metà del mese sono penosi. Sei uno dei tanti. Di anno in anno ambizioni e speranze si rattrappiscono. Quando incontri le belle donne, non hai più neanche il coraggio di fissarle. Ma laggiù, nella città di cui ignori il nome, un potente signore ti aspetta per toglierti ogni pena: per liberarti dalla fatica, dall’odio, dagli spaventi della notte... In qualche lontana terra, ma potrebbe darsi invece che sia molto più vicino. Forse il signore potente ti aspetta in una delle nostre città che tu conosci. Ma forse potrebbe essere più vicino ancora, a non più di cento chilometri, in una cittadina di provincia. Ci sono qui delle piazzette fuori mano dove i camion non passano: e ai lati sorgono certe anziane case piene di dignità con festoni di rampicanti...Ma può essere anche molto più vicino, veramente a due passi, tra le mura della tua stessa casa. Sulla scala, al terzo piano, hai mai notato, a destra del pianerottolo, quella porta senza campanello né etichetta? Qui forse, per agevolarti al massimo, ti attende colui che vorrebbe renderti felice: ma non ti può avvertire. Perciò prova, la prossima volta che ci passi davanti, prova a spingere l’uscio senza nome. Vedrai come cede. Dolcemente ruoterà sui cardini, un impulso irragionevole ti indurrà ad entrare, resterai sbalordito... Ma tu non provi ad aprire, indifferente ci passi davanti, su e giù per le scale mattina e sera, estate ed inverno, quest’anno e l’anno prossimo, trascurando l’occasione... Tra le mura della tua stessa casa. Ma come escludere che sia ancora più vicino colui che ti vuole bene? Mentre tu leggi queste righe egli forse è di là dalla porta, bada, nella stanza accanto; se ne sta quieto ad aspettarti, non parla, non tossisce, non si muove, non fa nulla per richiamare l’attenzione. A te scoprirlo. Ma tu, uomo, non ti alzi nemmeno, non apri la porta, non accendi la luce, non guardi. Oppure, se vai, non lo vedi. Egli siede in un angolo, tenendo nella destra un piccolo scettro di cristallo, e ti sorride. Però tu non lo vedi. Deluso, spegni, sbatti la porta, torni di là, scuoti il capo infastidito da queste nostre assurde insinuazioni: fra poco avrai dimenticato tutto. E così sprechi la vita.




D. Buzzati - La boutique del mistero - Mondadori


mercoledì 3 luglio 2013

Ma a Parigi...

"Durante una delle solite cene a caffè e latte con la Lenormand uscii a dirle che su Parigi era disceso un freddo per me insopportabile fuori di casa, e che avevo intenzione di tornarmene in Italia, non fosse altro per provvedermi di un cappotto e degli abiti invernali.
La vedova aggrottò le sopracciglia. "Bene" - disse - "ve ne volete andare così, da un giorno all'altro? Per tornare sì e no magari in primavera? O forse mai più, se al vostro paese trovereste, come sarebbe giusto, un lavoro e magari una donna da sposare. Dopotutto, avete anche voi una madre che certo vi aspetterà. Andate, andate.".
Non seppi cosa rispondere. "Tuttavia" - o meglio toutefois, come aveva l'abitudine di dire ogni tre o quattro parole - "se è solo per il freddo, vi posso venire incontro. Ho in serbo tre o quattro maglie di lana nuove che mio figlio ha abbandonato qui partendo, e se non volete disdegnarlo, anche un cappotto di astrakan nuovo fiammante, anch'esso abbandonato da Maurice, che in quei paesi caldi dell'Estremo Oriente non avrebbe saputo cosa farsene."
Si alzò, mi portò le maglie ancora avvolte nelle carte trasparenti della fabbrica e le posò sul tavolo. Andò via un'altra volta e tornò reggendo un pesante cappotto di astrakan grigio che aveva l'aria di non essere stato mai portato o solo qualche volta, se ricordavo bene d'averle sentito dire che suo figlio era partito per l'Indocina nel novembre di due anni prima.
A prima vista mi era parso una pelliccia della Lenormand, di breitschwanz o di karakul, ma la donna presentandomela disse che si trattava di un capo di gran valore fatto confezionare da suo figlio prima della partenza presso un grande sarto. "Fu" - disse - "un'idea di Maurice. Voleva un cappotto non con la pelliccia all'interno come si usa comunemente, ma all'esterno. Diceva che in Russia, al tempo degli zar, i signori portavano cappotti di quel tipo lunghi fino ai piedi. Però è un po' lungo… Andrebbe portato con un colbacco dello stello pelo in testa e un paio di stivali ai piedi".
Mi vidi, quando avessi indossati quella pelliccia, simile a un Michgele Strogoff o a qualche personaggio di Tolstoi, ma non osai sorridere. Guardai bene il cappotto, che aveva una martingala sopra lo spacco posteriore e un colletto rialzato, come certi pastrani militari dell'epoca napoleonica. Era di colore grigio argento con riflessi quasi azzurri e una fodera di satin bleu all'interno, sulla quale spiccava l'etichetta di un sarto.
Al mio paese, con un cappotto simile non sari mai comparso. Ma a Parigi si può portare di tutto, anche un elmo col pennacchio. Nessuno si sarebbe mai voltato a guardarmi per strada."


P. Chiara - Il cappotto di astrakan - Mondadori

martedì 2 luglio 2013

...fino all'infinito

Quando era solo, José Arcadio Buendìa si consolava col sogno delle stanze infinite. Sognava di alzarsi dal letto, di aprire la porta e di passare in un'altra stanza uguale, con lo stesso letto dal capezzale di ferro battuto, la stessa poltrona di vimini e lo stesso quadretto della Vergine de los Remedios sulla parete infondo. Da quella stanza passava in un'altra stanza esattamente uguale, fino all'infinito. Gli piaceva andarsene di stanza in stanza, come in una galleria a specchi paralleli, finché Prudencio Aguilar gli toccava la spalla. Allora tornava di stanza in stanza, svegliandosi a ritroso, percorrendo la strada inversa, e trovava Prudencio Aguilar nella stanza della realtà.



G. G. Màrquez - Cent'anni di solitudine - Mondadori

lunedì 1 luglio 2013

...era irreparabile

...Nashe si rese gradualmente conto che la situazione era irreparabile. Era stato troppo a
lungo lontano da lei, e adesso che era tornato a riprenderla, era come se Juliette non si ricordasse di lui. Aveva creduto che bastassero le telefonate, che quelle conversazioni due volte la settimana l’avrebbero comunque tenuto vivo nella sua memoria. Ma che ne sanno i bambini di due anni delle telefonate interurbane? Per sei mesi non era stato per lei che una voce, una vaporosa collezione di suoni, e a poco a poco si era trasformato in un fantasma. Anche dopo due o tre giorni che lui era in casa, Juliette continuava a essere timida ed esitante, a ritrarsi di fronte ai suoi tenta- tivi di afferrarla come se non credesse più interamente alla sua esistenza. Era diventata parte della sua nuova famiglia, e lui era poco più di un intruso, un alieno piombato da un altro pianeta. Si maledisse per averla lasciata lì, per aver organizzato le cose così bene. Adesso Juliette era l’adorata principessina della famiglia. C’erano tre cuginetti più grandi con cui giocare, c’era il labrador, c’era il gatto, c’era l’altalena nel cortile, c’era tutto quello che potesse desiderare. Pensava con irritazione che suo cognato aveva usurpato l’affetto di Juliette, e col passare dei giorni faceva sempre più fatica a non mostrare il suo risentimento. Ray Schweikert, un ex giocatore di football che era diventato professore di matematica e allenatore della squadra della scuola, era sempre parso a Nashe una specie di testa di legno, ma non c’erano dubbi che coi bambini ci sapeva fare. Era Mister Bontà, il babbo americano dal cuore grande così, e con Donna a tenere insieme le cose, la famiglia era solida come una roccia. Adesso Nashe aveva un po’ di soldi, ma le cose erano davvero cambiate? Cercò di immaginare i vantaggi per Juliette se fosse tornata a Boston a vivere con lui, ma non riuscì a mettere insieme una sola ragione a sua difesa. Voleva essere egoista, non rinunciare ai suoi diritti, ma cominciò a mancargli il coraggio, e alla fine si arrese all’ovvia verità. Se avesse strappato Juliette a quel mondo le avrebbe fatto più male che bene.



P. Auster - La musica del caso - Einaudi

venerdì 28 giugno 2013

giovedì 27 giugno 2013

L'attesa dell'inatteso.

La cosa grave nell’avvicinarsi alla morte non è la morte in sé… ma il fatto che non si potrà più fantasticare su quello che dovrà succedere… Ciò che mi fa alzare al mattino continua a essere l’attesa di quello che sta per arrivare e non si annuncia. È l’attesa dell’inatteso.





J. Mariàs - Tutte le anime- Einaudi

mercoledì 26 giugno 2013

...quasi un papavero.

Pensai: “E se la baciassi?”.
Di nuovo mi assalì il caldo del ricordo di quando rotolavo sui mucchi di fieno in un tempo felice con una ciurma di bimbi,
e pensai “baciarla” come se fosse significato portarla su uno di quei mucchi, rotolare fino al tramonto di quel pomeriggio con lei che mi aveva mandato un garofano rosso, quasi un papavero. Ma fu un minuto solo, durante il quale mi tremarono le mani. E subito cominciò un terrore di farle male, di distruggere il bene, di perdere per sempre la felicità di avere il garofano rosso donato da lei.



E. Vittorini - Il garofano rosso - Einaudi

martedì 25 giugno 2013

Ce l'hai fatta.

E così sono salito di sopra. Mi pareva di non avere più un briciolo di forza nelle gambe. Me le sentivo come dopo aver fatto una corsa.
Ho rovistato un po’ nello studio di mia moglie. Ho trovato delle penne a sfera in un cestino sulla scrivania. E poi mi sono sforzato di pensare a dove potevo trovare il tipo di carta che mi aveva chiesto.
Sono sceso in cucina e ho trovato una busta di carta del supermercato che aveva ancora delle bucce di cipolla in fondo. L’ho svuotata scuotendola per bene. L’ho portata di là in soggiorno e mi sono seduto per terra vicino alle gambe del cieco. Ho spostato un po’ di roba, ho allisciato la busta e l’ho stesa sul tavolino.
Il cieco si è tirato giù dal divano e si è seduto accanto a me sul tappeto.
Ha passato le dita sulla busta. Ne ha sfiorato su e giù i margini.
I bordi, perfino i bordi. Ne ha tastato per bene gli angoli.
“Perfetto”, ha detto. “Perfetto, facciamola”.
Ha trovato la mia mano, quella con la penna. Ha chiuso la sua mano sulla mia. “Coraggio, fratello, disegna”, ha detto. “Disegna.
Vedrai. Io ti vengo dietro. Andrà tutto bene. Comincia subito a fare come ti dico. Vedrai. Disegna”, ha detto il cieco.
E così ho cominciato. Prima ho disegnato una specie di scatola che pareva una casa. Poteva essere anche la casa in cui abitavo. Poi ci ho messo sopra un tetto. Alle due estremità del tetto, ho disegnato delle guglie. Roba da matti.
“Benone”, ha detto lui. “Magnifico. Vai benissimo”, ha detto.
“Non avevi mai pensato che una cosa del genere ti potesse succedere, eh, fratello? Be’, la vita è strana, sai. Lo sappiamo tutti. Continua pure. Non smettere”.
Ci ho messo dentro finestre con gli archi. Ho disegnato archi rampanti. Grandi portali. Non riuscivo a smettere. I programmi della televisione erano finiti. Ho posato la penna e ho aperto e chiuso le dita. Il cieco continuava a tastare la carta. La sfiorava con la punta delle dita, passando sopra a tutto quello che avevo disegnato, e annuiva.
“Vai forte”, ha detto infine.
Ho ripreso la penna e lui ha ritrovato la mia mano. Ho continuato ad aggiungere particolari. Non sono certo un artista. Ma ho continuato a disegnare lo stesso.
Mia moglie ha aperto gli occhi e ci ha fissato. Si è tirata a sedere sul divano, con la vestaglia tutta aperta. Ha detto: “Che cosa state facendo? Ditemelo, voglio sapere”.
Non le ho risposto.
Il cieco ha detto: “Stiamo disegnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui. Premi più forte”, ha detto, rivolto a me.
“Sì, così. Così va bene”, ha aggiunto. “Certo. Ce l’hai fatta, fratello.
Si capisce bene, adesso. Non credevi di farcela, eh? Ma ce l’hai fatta, ti rendi conto? Adesso sì che vai forte. Capisci cosa voglio dire? Tra un attimo qui avremo un vero capolavoro. Come va il braccio?”, ha chiesto. “Ora mettici un po’ di gente. Che cattedrale è senza la gente?” Mia moglie ha chiesto: “Ma che succede? Robert, che cosa stai facendo? Si può sapere che succede?” “Tutto a posto”, le ha detto lui.
“E adesso chiudi gli occhi”, ha aggiunto, rivolto a me.
L’ho fatto. Li ho chiusi proprio come m’ha detto lui.
“Li hai chiusi?”, ha chiesto. “Non imbrogliare”.
“Li ho chiusi”, ho risposto io.
“Tienili così”, ha detto. Poi ha aggiunto: “Adesso non fermarti.



R. Carver - Cattedrale - Einaudi



lunedì 24 giugno 2013

Sulle mani...

«ma Oliveira era sempre fermo sulle mani, come sempre lo attraevano le mani delle
donne, sentiva la necessità di toccarle, di passare le dita su ciascuna falange, esplorare con movimenti di cinesiologo giapponese la via impercettibile delle vene, rendersi conto delle condizioni delle unghie, indovinare chiromanticamente linee nefaste e monti propizi, udire il fragore della luna appoggiando contro l’orecchio la palma di una piccola mano un po’ umida a causa dell’amore o di una tazza di tè.»






J.Cortàzar - Il gioco del mondo (Rajuela) - Einaudi

venerdì 21 giugno 2013

POIEIN

Andrea Benetti - Petali



Tu non mi hai mai parlato, parlami.

Fammi vedere il viso che si anima

e gli occhi che cercano i pensieri.

Che cosa ho visto? Ho visto.

E non dimentico.

Sappi. Lo sai.






P. Cavalli - Pigre divinità e pigra sorte - Einaudi

giovedì 20 giugno 2013

...sarebbe meraviglioso.

...tutti raccontano quel viaggio. Ognuno a modo suo. Tutti senza averlo mai visto. Ma non importa. Non smetteranno mai di raccontarlo. Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno - un padre, un amore, qualcuno - capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume - immaginarlo, inventarlo - e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano.




A. Baricco - Oceano mare - Feltrinelli

mercoledì 19 giugno 2013

...la lasciava parlare.

Quel sabato pomeriggio andò in auto dal fornaio al centro acquisti. Dopo aver passato in rassegna le fotografie delle torte appiccicate sulle pagine di un raccoglitore, ordinò quella al cioccolato, la preferita dal bambino. La torta che scelse era sormontata da un razzo spaziale e da una rampa di lancio sotto una manciata di stelle bianche e un pianete di zucchero rosso. Il nome, Scotty, sarebbe stato tracciato a lettere verdi sotto il pianeta. Il fornaio, che era un signore anziano, dal collo spesso, ascoltò senza dire niente quando lei gli spiegò che il bambino avrebbe compiuto otto anni quel lunedì. Il fornaio indossava un grembiule bianco che somigliava a un camiciotto. I legacci gli passavano sotto le braccia girandogli sulla schiena per poi tornare davanti dov’erano legati sotto lo stomaco prominente. Si asciugò le mani nel grembiule ascoltandola. Teneva gli occhi sulle fotografie e la lasciava parlare. Le diede tutto il tempo. Era appena arrivato al lavoro e sene sarebbe rimasto tutta la notte lì al forno e quindi non aveva assolutamente fretta. 


R. Carver - Cattedrale - Einaudi

martedì 18 giugno 2013

...capocciate

'Fanculo. Alla mia età non sono obbligato a stare al passo coi tempi. Quando guardo le pubblicità dei film dove compaiono un bambolone tenebroso e una sciacquetta con le bocce gonfiate, ciascuno dei quali prende dieci milioni di dollari a inquadratura, mai che alle loro facce riesca a appiccicare un nome. Ai miei tempi quando una donna diventava una star del cinema doveva girare in occhiali da sole e foulard, se non voleva essere fermata ogni due metri; adesso basta che si vesta. Già che ci sono, non ho idea di cosa significhino parole come "cuccare" o "wrappare", né perché i giovani fighetti trovino così chic brucare erbacce al ristorante. Non sono on line, e non lo sarò mai. 
Ma torniamo alla lettera di Boogie:
"L'umanità, con tutta evidenza imperfetta, non ha ancora concluso il suo ciclo evolutivo. In un prossimo futuro, magari solo per comodità, i genitali dei due sessi saranno al posto oggi occupato dalla testa, e le bevute, sempre meno necessarie, le faremo sotto la cintura. [...] Tanto il brutale 'fottere' quanto il più delicato 'fare l'amore' lasceranno il posto alla 'capocciata' e a frasi tipo 'Oggi passeggiando per la Fifth Avenue ho incrociato una bona pazzesca, e le ho dato una bella capocciata."




M. Richler - La versione di Barney - Gli Adelphi

lunedì 17 giugno 2013

...il tempo stagnato

Durante il fine settimana gli avvoltoi s’introdussero attraverso i balconi della casa presidenziale, fiaccarono a beccate le maglie di filo di ferro delle finestre e smossero con le ali il tempo stagnato nell’interno, e all’alba del lunedì la città si svegliò dal suo letargo di secoli con una tiepida e tenera brezza di morto grande e di putrefatta grandezza. Solo allora ci azzardammo a entrare senza prendere d’assalto i muri corrosi di pietra fortificata, come volevano i più risoluti, o sbandellare con coppie di buoi l’entrata principale, come altri proponevano, poiché bastò che qualcuno li spingesse per far cedere nei loro gangheri i portoni blindati che nei tempi eroici della casa avevano resistito alle bombarde di William Dampier.



G.G. Màrquez - L'autunno del patriarca - Mondadori



venerdì 14 giugno 2013

POIEIN

F. V. Eugène Delacroix
IL MAR, IL MARE




Amica mia, dici,
parlami del mare.

E ti racconto della mia infanzia
che mi insegnò a guardare
la terra come terra,
come cielo il mare.

La valle, la montagna,
erano la realtà.
Il mare l'incertezza
il sogno, l'inquietudine.

E io, tu lo sai bene,
sono rimasta con il mare.

Un giorno vicino al molo
un vecchio pescatore,
tra le mani da bambina,
mi mise una conchiglia.

Lo portai all'orecchio, ne riconobbi il suono
e iniziò a diventarmi
fugace il cuore,
come fragile barca
che porta una canzone.

Attraverso le mie vene che partono
da un lontano Simbad,
me ne vado, strano cammino,
a cercare un altro mare
dove un giorno mi vedranno
navigando a caso,
la distanza negli occhi,
il viso contro il vento.

Ancora mi bacia le labbra
il sapore del sale.

Amica mia, dici,
parlami del mare.



 Meira Delmar 



giovedì 13 giugno 2013

Seduta stante


L’ultima volta che vidi Miguel Desvern o Deverne fu anche l’ultima volta che lo vide la moglie, Luisa, il che continua ad apparire strano e forse ingiusto, dal momento che lei era questo, sua moglie, e io ero invece una sconosciuta e non avevo mai scambiato con lui una sola parola. Non sapevo neppure il suo nome, lo seppi soltanto quando ormai era tardi, quando comparve la sua foto sul giornale, pugnalato e mezzo scoperto e sul punto di trasformarsi in un morto, ammesso che già non lo fosse per la sua stessa coscienza assente che non tornò piú a farsi presente: l’ultima cosa di cui si dovette render conto era che lo stavano accoltellando per sbaglio e senza motivo, cioè in maniera imbecille, e oltretutto una volta e poi ancora un’altra, senza via di scampo, non una sola, con l’intento di eliminarlo dal mondo e di scacciarlo senza dilazione dalla terra, seduta stante. Tardi per che cosa, mi domando. La verità è che lo ignoro. Solo che quando qualcuno muore, pensiamo che ormai si sia fatto tardi per qualunque cosa, per tutto – tanto piú per aspettarlo –, e ci limitiamo a darlo per cancellato. Anche i nostri congiunti, sebbene ci costi molto di piú e li piangiamo, e la loro immagine ci accompagni nella mente quando camminiamo per le strade e in casa, e crediamo per molto tempo che non ci abitueremo. Ma sin dall’inizio sappiamo – sin da quando ci muoiono – che non dobbiamo piú contare su di loro...



J. Marías - Gli innamoramenti - Einaudi

mercoledì 12 giugno 2013

I sentimenti...

Sentimentale, che parola è mai questa. Io ho dei sentimenti e non me ne vergogno. Non in-tendo reprimerli, desidero
averli. Sono assai numerosi, si contraddicono a vicenda, non bisogna provare a ridurli a una linea mediana. Se ci investono con troppa veemenza, è lecito, per placarli, metterli per iscritto. Ma è anche vero che Rousseau, per esempio, mi è stato spesso insopportabile proprio a causa del suo sentimentalismo. Ciò dipende dal fatto che in verità non ci piace l'uomo che mette in mostra tutti i suoi sentimenti. Sono troppo ingombranti, i sentimenti, e troppo spesso si presentano come altruistici. Tuttavia, se pensiamo all'influsso di Rousseau sui sentimenti degli altri, la sua grandezzaci appare smisurata, e quasi diventa irrilevante l'influsso che i suoi sentimenti hanno avuto sulla sua persona.





E. Canetti - La tortura delle mosche - Gli Adelphi

martedì 11 giugno 2013

...e non c'è niente da capire.

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Appena lui le ammalava il nomea, a lei sopraggiungeva la clamide e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novello, sentendo in qual modo a poco a poco le arniglie si speculavano, peltronandosi, redduplinandosi, fino a restare come il trimalciato di ergomanina al quale son state lasciate cadere delle fillule di cariconcia. E tuttavia era appena il principio, perché a un certo punto lei si torturava gli irgugli, permettendogli di avvicinarvi dolcemente gli orfani. Appena si intrapiuvavano, qualcosa simile ad un ulucordio li faceva raccostare, li contrunniva e li parammoveva, all'improvviso era l'uragano, la stervorosa convolcante delle materglie, l'annesante inboccapluvia dell'orgomio, gli esproemi del mirpasmo in una surrumitica argonauta. Evohè! Evohè! Avvolpati nella cresta del morelio, si sentivano balparamare, perlacei e marili. Tremava il trac, erano vinte le marpenne, e tutto si ressogliva in un profondo pinnice, in nioremi d'argatesi garze, in carenie quasi crudeli che li attanagliavano fino al limite delle cunfee.



J. Cortàzar - Il gioco del mondo ( Rajuela ) - Un invenzione sfrenata-  Einaudi

lunedì 10 giugno 2013

Compiuta la formalità...

Oltre all'umidità che rendeva più spessa l'atmosfera, già di per sé pesante in quella sala interna, con due
sole finestrelle che davano su un cortile buio anche nei giorni di sole, l'inquietudine, per usare il paragone vernacolo, si tagliava con il coltello. Sarebbe stato preferibile rinviare le elezioni, disse il rappresentante del partito di mezzo, p.d.m., è da ieri che sta piovendo senza sosta, ci sono frane e allagamenti dappertutto, l'astensione, stavolta, avrà un'impennata. Il rappresentante del partito di destra, p.d.d., fece un cenno di assenso col capo, ma considerò che il suo contributo alla conversazione doveva assumere la forma di un commento prudente, Ovviamente, non minimizzo questo rischio, penso tuttavia che l'affinato spirito civico dei nostri concittadini, in tante altre occasioni dimostrato, sia creditore di tutta la nostra fiducia, loro sono consapevoli, oh sì, decisamente consapevoli della trascendente importanza di queste elezioni municipali per il futuro della capitale. Detto ciò, l'uno e l'altro, il rappresentante del p.d.m. e il rappresentante del p.d.d., con aria un po' scettica e un po' ironica, si rivolsero al rappresentante del partito di sinistra, p.d.s., curiosi di sapere che specie di opinione sarebbe stato capace di produrre costui. In quel preciso istante, schizzando acqua dappertutto, fece irruzione nella sala il supplente della presidenza e, come c'era da aspettarsi, visto che l'elenco del seggio della sezione veniva così completato, l'accoglienza fu, più che cordiale, calorosa. Non siamo dunque giunti a conoscere il punto di vista del rappresentante del p. d. s., ma, a giudicare da alcuni precedenti noti, c'è da presumere che non avrebbe mancato di esprimersi sulla linea di un chiaro ottimismo storico, con una frase come questa, per esempio, I votanti del mio partito sono persone che non si intimoriscono per così poco, non è gente da restarsene a casa per quattro misere gocce d'acqua che cadono dalle nuvole. Per la verità, non erano quattro misere gocce, erano secchiate, erano brocche, erano nili, iguazús e iangtsés, ma la fede, sia essa per sempre benedetta, oltre a rimuovere le montagne dal cammino di coloro che del suo potere beneficiano, è fin capace di avventurarsi nelle acque più torrenziali e venirne fuori asciutta.
Si costituì dunque il seggio, ciascuno nel posto che gli competeva, il presidente firmò il bando e ordinò al segretario di andare ad affiggerlo, come determina la legge, alla porta dell'edificio, ma questi, dando prova di una sensatezza elementare, fece notare che il foglio di carta non avrebbe resistito sul muro neanche un minuto, in due amen si sarebbe stinto l'inchiostro, al terzo se lo sarebbe portato via il vento. Allora lo metta dentro, dove la pioggia non ci arrivi, su questo particolare la legge è lacunosa,
l'importante è che il bando sia affisso e bene in vista. Domandò ai colleghi se fossero d'accordo, tutti risposero di sì, con la riserva avanzata dal rappresentante del p.d.d. che la decisione fosse registrata agli atti per prevenire eventuali impugnazioni. Quando il segretario tornò dalla sua umida missione, il presidente domandò com'era il tempo e lui, stringendosi nelle spalle, rispose, Tale e quale, alluvionale, Neanche l'ombra. Il presidente si alzò e invitò i membri del seggio e i rappresentanti dei partiti ad accompagnarlo nell'ispezione della cabina di voto, che risultò scevra da elementi che potessero svisare la purezza delle scelte politiche che vi avrebbero avuto luogo durante il giorno. Compiuta la formalità, tornarono ai propri posti per esaminare i registri elettorali, che pure riscontrarono scevri da irregolarità, lacune e sospetti. Era giunto il momento grave in cui il presidente scoperchia ed esibisce l'urna agli elettori perché possano accertarsi che sia vuota, affinché un domani, se necessario, siano validi testimoni che nessuna azione delittuosa vi avesse introdotto, di soppiatto, i voti falsi che avrebbero corrotto la libera e sovrana volontà politica dei cittadini, che ancora una volta non si sarebbe ripetuta in questa occasione quella famosa frode cui si dà il pittoresco nome di broglio che, non dimentichiamolo, tanto si potrà commettere prima come durante o dopo l'atto, secondo l'occasione e l'efficienza dei suoi autori e complici. L'urna era vuota, pura, immacolata, ma nella sala non c'era un solo elettore, uno soltanto per campione, cui poterla esibire. Forse ce n'è qualcuno che vaga smarrito, alle prese con l'acquazzone, sotto le sferzate del vento, stringendosi al cuore il documento che lo accredita come cittadino in diritto di votare, ma, da come stanno le cose nel cielo, ci metterà un bel pezzo ad arrivare fin qua, a meno che alla fine non se ne torni a casa e lasci i destini della città nelle mani di quelli che un'automobile nera viene a lasciare davanti alla porta e davanti alla porta verrà poi a riprendere, compiuto il dovere civico di chi ne occupava il sedile posteriore.
Terminate le operazioni di ispezione dei vari materiali, detta la legge di questo paese che votino immediatamente il presidente, i membri del seggio e i rappresentanti di lista, nonché i rispettivi supplenti, purché, sia chiaro, siano iscritti nella sezione elettorale del cui seggio fanno parte, come in questo caso.



J. Saramago - Saggio sulla lucidità - Einaudi

domenica 9 giugno 2013

venerdì 7 giugno 2013

POIEIN


Ciò che ho scritto di noi





Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull'erba
è la tua assenza
quando divento l'ultima luce all'ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.





Nazim Hikmet Ran

giovedì 6 giugno 2013

...ma neanche

E in effetti, in quella mattina d'estate, l'alba dilagava nel cielo terso con tale sicurezza che perfino quei sobborghi senza ambizioni sembravano colti di sorpresa, finendo per cedere a una qualsiasi bellezza per cui non erano stati costruiti. C'erano dei bagliori ottimisti alle finestre, e l'erba poca brillava, dov'era, di un verde inaspettato. Passavano macchine, rare, e anche loro sembravano aver sospeso qualsiasi fretta particolare, come se stessero attraversando una tregua. L'uomo e la ragazza camminavano uno di fianco all'altra, ed era uno spettacolo strano perché quella ragazza era bella e l'uomo molto qualunque, oltre che vecchio. Si sarebbe penato a capirne la storia nel vederli, lei sui suoi tacchi alti, il passo sicuro, lui un po' curvo, con un set di asciugamani bianchi sotto il braccio. Forse un padre e una figlia, ma neanche.




A. Baricco - Tre volte all'alba - Feltrinelli

mercoledì 5 giugno 2013

...una sera di metà aprile

Giugiù era di bona famiglia, serio, educato, studiusu, faceva il terzo anno di Medicina a Palermo. Suo padre, don Antonio, che aveva giuste conoscenze, l'aveva fatto riformare alla visita di leva indove un medico appartato gli attrovò il core malandato assà. Invece Giugiù,almeno fino al momento che incontrò a Lulla, il core l'aveva sanissimo. Era stato fatto zito - e lui, figlio d'oro, aveva obbedito alla volontà paterna e materna- con una lontana cugina, una picciotteddra devota, canticchia grossa e con l'occhiali, che andava ogni jorno in chiesa. Nineta, accussì faceva di nome la promessa mogliere, dopo dù anni di zitaggio gli aveva primisso di vassalla non supera le labbra, ma allato. E po' era corsa in chiesa a confessarsi. E questa era stata la prima e l'ultima volta che la vacca del picciotto aveva toccato la pelle della zita. Perciò fu proprio per necessità di natura che Giugiù Firruzza, tenni e tenni fino a che non la tenne più, una sera di metà aprile s'arrisolvette a trasire, vrigognoso, dintra al portone della Pensione Eva.



A. Camilleri - La pensione Eva - Mondadori

martedì 4 giugno 2013

Temporeggiare...


Yoel sollevò l’oggetto dalla scaffale, e lo osservò da vicino. Gli dolevano gli occhi. L’agente
immobiliare pensò che non avesse sentito la domanda, e quindi la ripeté: “Vogliamo dare un’occhiata sul retro?”. Anche se aveva già deciso, Yoel non si affrettò a rispondere. Era abituato a prendere tempo prima di dare una risposta, anche se si trattava di domande semplici del tipo “come stai?” oppure “cosa hanno detto al telegiornale?”. Come se le parole fossero oggetti personali da quali non era bene separarsi.


A. Oz - Conoscere una donna - Feltrinelli

lunedì 3 giugno 2013

...il nostro problema

“Io sono fatto d’acqua. Non ve ne potete accorgere perché faccio in modo che non esca fuori. Anche i miei amici sono fatti d’acqua. Tutti quanti. Il nostro problema è che non solo dobbiamo andarcene in giro senza essere assorbiti dal terreno ma, anche, che dobbiamo guadagnarci da vivere”.


P. K. Dick - Confessioni di un artista di merda - Fanucci




venerdì 31 maggio 2013

POIEIN

ODORE DI PIOGGIA


L'aria porta d'improvviso ricordi dall'oblio
dal sapore d'orizzonte, erba umida e assenza.
Colore diffuso e netto, quasi come senza padrone,
maschera o abitante, limpidamente organico,
fortemente etereo. Spiriti, spirito;
orme di una memoria che gira nel suo vuoto
saturo: fuochi, corpi, dei, tracce, parole.


Rodolfo Alonso