Le regole del gioco
-
Nel Canto XXIII dell’Iliade, dopo il duello tra Achille ed Ettore, la
vittoria del primo e l’umiliazione fisica riservata alla salma del secondo,
nel cam...
3 settimane fa
Emozionario ovvero parole, immagini, note e quant'altro dà...emozione.

Questo libro è un puzzle, le pagine-tessere completeranno e ricostruiranno, alla fine, quella che è la figura di Maria Rosaria Inzerillo, detta con dispregio "la mennulara", donna misteriosa ed enigmatica, soprattutto agli occhi delle persone che le erano state vicine, gli Alfalippe ( per i quali era stata serva, amministratrice, consigliera e chissà cos'altro! ) fino all'ultimo giorno della sua vita. Il racconto parte dal momento dalla morte della mennulara e si protrae per un mesetto, fino al giorno del trigesimo; nella società dell'epoca immobile e cristallizzata ciascuno si è costruito un ruolo che tiene a mantenere, con un certo terrore dei cambiamenti, si seguono così rituali per ogni cosa e l'apparenza e il conformismo la fanno da padrona. Poi, lontano dagli occhi e dalle orecchie altrui, tutti si lasciano andare ai propri reali istinti, interessi, tornaconti e piccoli o grandi compromessi. Nel romanzo ambientato in una Sicilia descritta meravigliosamente nelle sue tradizioni, nei suoi scorci mozzafiato, nella sua cultura millenaria, nei suoi colori e sapori si evidenzia la separazione/contiguità tra servi e padroni in un periodo di profonda rivoluzione socio-economica, le due classi ( con continui ribaltamenti di ruolo e colpi di scena ) convivono sempre più a stretto contatto nel concreto, mantenendo però in piedi una rigidissima formalità e soprattutto non parlandosi ma "sparlandosi". Emblematico di ciò è il continuo passare di informazioni, tra l'altro anche raccontate con una certa ironia e in modo assolutamente divertente, su fatti privati di bocca in bocca, da un certo punto di vista nei salotti bene e da tutt'altro nelle portinerie, con la stessa dose massiccia di diffidenza reciproca. Tutti sanno tutto di tutti, anche la mennulara non sarà risparmiata da ogni tipo di pettegolezzo una volta morta, dal più santificante al più becero, solo alla fine del romanzo ogni tassello troverà la sua esatta collocazione e renderà giustizia alla memoria della defunta.
Tornai allo studentato a piedi, a notte fonda. Lungo il sentiero
Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano fra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all'improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all'improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggere, sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un'armatura ... e poi [ci sciogliamo] in lacrime per via di un pronome personale, di un avverbio, di un verbo, di un aggettivo ...
"C'è un paesaggio interiore, una geografia dell'anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita.
Questo libricino è la storia di una serie di persone coinvolte, loro malgrado, in fatti di sangue, che l'Italia ha prima permesso, poi mistificato nonchè rimosso, salvo riportarli a galla all'occorrenza per giustificare questo o quell'orientamento politico/ideologico, per ben quarant'anni, senza che mai si mettesse un punto fermo, si facesse chiarezza, si spiegasse alcunchè di quegli anni assurdi, cosiddetti "anni di piombo". Mario Calabresi, ottimo giornalista, con piglio documentato e desideroso, direi quasi assetato di chiarezza, ci racconta come il terrorismo sia entrato nella sua vita, in quella della sua famiglia e in quella di numerose altre vittime, alcune completamente sconosciute ai più, altre meno e come oltre al danno le stesse vittime si siano dovute, nell'assenza pressocchè totale dello Stato, sobbarcare l'onere di gestire calunnie, falsità, accuse e nel migliore dei casi l'umiliazione per la confusione dei fatti e la colpevole immobilità delle istituzioni di fronte a chi da quella confusione ha tratto vantaggio. L'autore racconta solo ciò che è stato provato in ordine alla tragica vicenda che ha portato alla morte del padre, ha parole di riconoscenza per chi gli è stato leale ( pochi ma determinanti a portare nella sua casa un pò di "caos buono" stavolta, fatto di tanto colore e calore e di...spensieratezza ), non sembra serbare rancore e questa è la prova che chiunque abbia voluto colpire la sua famiglia ha fallito miseramente. Mario Calabresi è un bel ragazzone, sereno e forte, sicuramente ha sofferto molto per ciò che gli è accaduto ma ha saputo andare avanti. Credo che l'Italia debba essere meno superficiale ed esigere chiarezza su fatti che possono essere allontanati definitivamente solo se chiariti, lo si deve a troppe vittime, lo si deve all'intelligenza di troppe persone. In bocca al lupo Mario, di cuore.
Di tutti i piaceri che lentamente mi abbandonano, uno dei più preziosi, e più comuni al tempo stesso, è il sonno. Chi dorme poco o male, sostenuto da molti guanciali, ha tutto l’agio per meditare su questa voluttà particolare. Ammetto che il sonno perfetto è quasi necessariamente un’appendice dell’amore: come un riposo riverberato, riflesso in due corpi. Ma qui m’interessa quel particolare mistero del sonno, goduto per se stesso, quel tuffo inevitabile nel quale l’uomo, ignudo, solo, inerme, s’avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta – i colori, la densità delle cose, perfino il ritmo del respiro, un oceano nel quale ci vengono incontro i morti. Nel sonno una cosa ci rassicura, ed è il fatto di uscirne, e di uscirne immutati, dato che una proibizione bizzarra c’impedisce di riportare con noi il residuo esatto dei nostri sogni. Ci rassicura altresì il fatto che il sonno ci guarisce dalla stanchezza; ma ce ne guarisce temporaneamente, e mediante il procedimento più radicale riuscendo a fare che non siamo più.
-Premio Poesia nel cassetto-Flanerì deb-