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giovedì 30 giugno 2011

La niña mala

Questo romanzo narra di un amore impossibile, perciò assoluto, l'unico tipo di amore che può essere raccontato per oltre trecento pagine senza risultare inverosimile, ridicolo o insopportabilmente melenso e noioso. L'amore in questione è, appunto, quello di Ricardito per la niña mala, nasce a Miraflores negli anni cinquanta, quando i due innamorati sono solo adolescenti; per la verità è solo Ricardo ad innamorarsi di questa "insolita" ragazza, nemmeno poi tanto bella, senza esserne ricambiato (almeno non nel senso canonico del termine o forse no) e durerà fino alla morte di uno dei due. La niña mala in questione ha una naturale abilità ad esserci, in modo prorompente e irresistibile, per Ricardo ( che arriverà a un passo dal morire per lei) quando effettivamente c'è e poi a sfuggirgli via, lasciando inesorabilmente perdere le sue tracce ( lo renderà coraggioso e vile, eroico e squallido, grandissimo e meschino, insomma gli "amplificherà" la vita in tutti i sensi ). Questo sarà lo schema del rapporto tra i due, che si replicherà più o meno uguale per circa un trentennio tra Lima, Parigi, Londra, Tokio e Madrid, città che vedranno i due protagonisti ( l'uno ordinario interprete  senza grandi ambizioni, l'altra impunita, arrivista infaticabile ) rincorrersi e poi sfiorarsi e poi incontrarsi/scontrarsi, continuamente, come se un disegno superiore li controllasse e dirigesse. Sullo sfondo della estenuante storia d'amore l'autore, abilissimo quanto raffinato, fa una ricostruzione lucida della realtà politica, culturale e sociale dei paesi in cui la vicenda via via si snoda. Tutta la letteratura latinoamericana precedente sta alla base della narrazione dei fatti politici, che si verificheranno in Perù, epici sono i personaggi, i caratteri, le ambientazioni, le storie, le disfatte e le disillusioni narrate. Bella la descrizione di Parigi e verosimilissima la ricostruzione del ruolo che essa ha avuto come faro culturale per l'Europa e, ancor più, per il nuovo continente. Bella quella di Londra e dello swinging london con i suo prodigi e i suoi guasti, entrambi incontenibili in egual modo, e poi quella di Tokio e della sua rigosa rigidità di facciata e, per finire, quella di Madrid, splendida, in continua evoluzione, cangiante e incolpevolmente infedele. Magistrale è l'espediente di fare un parallelo tra lo sviluppo della storia d'amore dei due protagonisti e l'evoluzione di una gran fetta di mondo; andare avanti, progredire finisce con l'essere la scelta consapevole, quanto irrinunciabile, di una assurda e spasmodica ricerca di senso dove il senso non c'è. Credo che ci sia in questo romanzo anche molto di autobiografico dell'autore; infatti il mondo abilmente ricostruito e descritto in cui fa muovere  professionalmente il protagonista Ricardo, lo stesso epilogo della sua carriera da interprete e la svolta decisiva, quanto fatale, verso la scrittura sono indicativi in tal senso. Da leggere.




M. Vargas Llosa- Avventure della ragazza cattiva- Einaudi

giovedì 22 luglio 2010

I quattro fiumi

I quattro fiumi del titolo sono quelli della fontana celeberrima del Bernini a Roma, ossessione del padre di  Grègoire, uno dei protagonisti di questo libro, che vorrebbe riprodurla con tappi e lattine raccolte, a iosa, qua e là. L'ultima fatica della Vargas non è più solo un racconto, un giallo, perchè si unisce, sapientemente, all'illustrazione efficace di Baudoin, che ne fa una grafic novel originale e piacevolissima. La vicenda narrata e illustrata è l'ennesima gatta da pelare per il commissario Adamsberg. Due ragazzi come tanti nel centro di Parigi, Grègoire e Vincent appunto, due perdigiorno che, a bordo di skate e di moto, sono soliti fare piccoli furti a persone anziane, un bel giorno scippano una "strana" borsa ad un signore. Quella borsa è una specie di corno dell'abbondanza, che frutterà, nell'immediato, ai due ladruncoli ben tremila euro e una serie infinita di amuleti, tarocchi, boccette piene di sangue, scatolette colme di polvere di denti ed altri feticci; poi finirà per trascinare i due sprovveduti in una serie di sciagure, prima tra tutte la morte proprio di Vincent, per mano del killer, che già aveva colpito più volte in primavera, soprannominato l'ariete. Riuscita è la combinazione stroria-racconto-immagini, bello l'espediente di illustrare dettagliatamente i fatti, portando così il lettore a scoprire l'assassino anche prima dello stesso commissario. Libro gradevolissimo, lo consiglio!



Fred Vargas e Baudoin- I quattro fiumi- Einaudi

giovedì 15 luglio 2010

Maruzza Musumeci

Questo è un "cunto" nella migliore delle tradizioni orali e contadine direi, più che siciliana, proprio della Magna Grecia. Camilleri ricorda di un certo Menico, il più fantasioso tra i contadini che lavoravano per suo nonno, il quale gli raccontava (tramandando un patrimono di nomi, nozioni, storie, apprese a sua volta, semplicemente, ascoltando altri che raccontavano ) di mondi fatti di sirene e di mare, di incantamenti e stregonerie, di magie e crudeltà, di naviganti e pescatori, di creature marine e delle loro trasformazioni, di storie da ascoltare "tenendo gli occhi chiusi" e da cui farsi letteralmente rapire. La vicenda del libro si divide in due parti, la prima vede Gnazio, il protagonista, tornare a Vigata dalla "Merica", dopo venticinque anni, con qualche soldo sufficiente a permettergli di acquistare un pezzo di terra, perchè è in Sicilia che vuole morire, possibilmente, sotto un ulivo saraceno. In America c'era andato suo padre, che lui nemmeno aveva mai conosciuto; alla morte della madre, dopo aver adempiuto, forzosamente, ai suoi obblighi militari, ci andrà anche lui.
La "Merica" però viene mostrata come un microcosmo, stretto, meschino, un posto dove Gnazio non vuole mettere radici e che, a sua volta, sembra respingerlo. Poi torna finalmente a Vigata, acquisterà in contrada Ninfa una striscia di terra bagnata per tre lati dal mare; proprio il mare è la cosa che, maggiormente, "stramma" il protagonista e che sembra lo attragga a sé, continuamente e misteriosamente. Gnazio finirà per prendere in moglie una strana ragazza, Maruzza, che con sua nonna parla in greco e, pur essendo di notevole bellezza, non è ancora maritata, forse proprio per quelle sue stranezze. Maruzza e sua nonna sono sirene e riconoscono in Gnazio l'anti Ulisse, l'uomo non da avversare nè punire, l'uomo ancorato alla terra che odia il mare, l'uomo giusto, insomma, forse proprio per la sua strana avversione/attrazione di cui sopra. Nella piccola Vigata sembra, ad un certo punto, entrare il mondo intero, vi si intrecceranno le vicende della famiglia di Gnazio, allargatasi nel frattempo proprio come la sua bellissima casa, e quelle di altri protagonisti portati lì dalla guerra. Il sogno e il mito cederanno il posto alla storia. Bel racconto, a tratti visionario e scritto in maniera intelligente e ironica, come sempre. Da leggere tutto d'un fiato, che Camilleri sa rendere scorrevole e piacevole qualunque storia, a maggior ragione una favola.




Andrea Camilleri- Maruzza Musumeci- Sellerio

giovedì 8 luglio 2010

L'animale morente

La copertina del libro sembra anticipare e racchiudere in sé, come in una sintesi, i temi delle pagine interne, raffigura il:"Nudo di donna" di Modigliani, cioè il vero animale morente della vicenda narrata, come si scoprirà alla fine. La storia è quella dell'ultra sessantenne David Kepesh, docente universitario di Practical Criticism, molto popolare per delle sue collaborazioni e apparizioni a programmi televisivi (alter ego antipatico di Roth), che ha una insana passione per le donne, in particolare, per le ragazze dei suoi corsi. Le seduce, ripetutamente, con la sola cautela di farlo a fine corso, quando le ha già valutate dal punto di vista accademico e quindi i loro rapporti, diciamo scolastici, sono chiusi definitivamente. E' uno spregiudicato, uno che si è fatto abbindolare dall'incoscienza e dal disimpegno puerile e irresponsabile degli anni sessanta. Questo, almeno, è ciò che pensa di lui suo figlio quarantaduenne, che, invece, ha sviluppato per contrappasso un'estrema attitudine all'impegno e alla responsabilizzazione di ogni comportamento, non riuscendo così a "godersela" proprio mai e finendo per dare la colpa di ogni sua sventura proprio al genitore. Kepesh,  al di là dell'aver interiorizzato il concetto che il matrimonio è la tomba dell'amore (con tutti i guasti che comporta una scelta di vita di questo tipo, imperniata sulla passione e sul desiderio), conosce molto bene le donne, ha anche affinato una discreta sensibilità nell'individuarne i profili psicologici e i caratteri, nell'accettare da ognuna il bello che vuole o può dargli, senza giudicare mai, forse persino con amore. Azzeccata è la descrizione, attraverso diversi "tipi" femminili, che Roth fa della rivoluzione sessuale nella bigotta america degli anni sessanta, belle sono le sue digressioni sull'arte, sulla musica e sulla letteratura che, pari merito con la passione per le donne, tengono vivo il protagonista, perchè la sua altro non è che una lotta impari e continua contro la morte. Anche l'irriducibile Kepesh finisce però col soccombere al desiderio di essere "legato", è talmente preso da Consuela (ennesima allieva, splendida ventiquattrenne cubana, dal corpo formidabile), l'unica che sente di non afferrare mai del tutto, da restarne soggiogato, e che diventerà una vera e propria ossessione per lui. I due si lasceranno con un pretesto banale, la mancata partecipazione alla festa di laurea della ragazza da parte dell'anziano professore sarà la causa della loro rottura; sarà come se quella circostanza rimettesse i tasselli a posto nel quadro della normalità, del socialmente accettabile, del buono e giusto e dell'opportuno, cosa che non li aveva mai interessati, veramente, prima e che diventerà, da quel momento, irrinunciabile per entrambi (forse inconsciamente percepivano la carica distruttiva di quella loro relazione). Seguiranno tre anni di strazio per il professore, egli lontano dalla sua Consuela soffrirà tremendamente pur deciso a non recuperare quel rapporto, perché rischierebbe di venirne travolto completamente. Sarà Consuela allora a ripresentarsi da lui la notte dell'ultimo dell'anno, l'ultimo anno del millennio, con una notizia tragica circa il suo stato di salute, lo riporterà così di nuovo nella sua vita (anche questa senza più gran senso, sul piano dell'amore, dopo la loro rottura), stavolta a posizioni ribaltate però, dei due sarà lei adesso quella con poca vita davanti e tutta la tragicità delle scelte fatte in questa prospettiva.


Philip Roth- L'animale morente- Einaudi

giovedì 1 luglio 2010

L'aggancio

A Cape Town si incontrano per caso, per un guasto ad una vecchia macchina, due giovani apparentemente diversissimi tra loro, lei una PR bianca, di famiglia benestante, figlia di divorziati, viziata, istruita e "alternativa" e lui, un carrozziere di colore, clandestino, con una laurea in economia, che cerca di stare a galla aggrappandosi disperatamente a quel lavoro, unica cosa che gli resta, non avendo più nome, nè patria, nè famiglia. Tra i due scoppia improvvisa una grande passione, che poi si trasformerà in amore, nonostante i pregiudizi e le diffidenze degli stessi protagonisti e di chi gli sta intorno, questo farà sì che le posizioni iniziali dei protagonisti si ribalteranno completamente. Infatti, quando Jibrahim sarà espulso e costretto a tornare in patria, Julie lo seguirà come la sua donna e a questo punto troverà tutto quello che la sua cultura, la sua civiltà emancipata, moderna, dominante e ricca non riusciva più a darle, colmerà così, inaspettatamente, tutti suoi vuoti di valori e di affettività. Julie allora si deciderà a restare, indipendentemente dalla scelta di Jibrahim, che sarà invece molto combattuto, una volta regolarizzata la sua posizione, tra l'andare e il restare.
Bella la scrittura anche se non agilissima, la storia, a prima vista usuale, sembra l'espediente usato dall'autrice per farci segretamente soffermare su questa sola domanda, che serpeggia in tutto il libro: chi è veramente il clandestino?



Nadine Gordimer- L'aggancio- Feltrinelli

giovedì 24 giugno 2010

La lampada di Aladino

Mi piace pensare a questo libro, realmente, come ad un lampada appannata, annerita dal tempo, che basta strofinare con un panno perchè riacquisti il suo splendore. Così sono i ricordi contenuti all'interno di queste pagine, le memorie di vita vissuta, le persone e gli avvenimenti che Sepùlveda attraverso il raccontare salva dall'oblio, collocandoli, definitivamente, nell'arco di dodici racconti a metà tra la favola e il diario. Come sempre lo stile è semplice e confidenziale, l'ironia permea l'intero libro, propria di chi ne ha viste tante e sa l'opportunità di non prendersi troppo sul serio. Sembra di ripercorrere le tappe della vita dell'autore, "l'amore e le sue cose" degli inizi e quello dopo, o anche tutti e due insieme (che può capitare che coincidano), l'impegno politico, l'attaccamento alla propria terra e alle proprie origini, la presa di coscienza del proprio posto nel mondo e tra gli uomini, con la conseguente scelta di rispetto per l'uno e per gli altri ad oltranza, la passione per la scrittura e per alcuni scrittori/poeti amati e cari, il sentimento dell'amicizia e l'esperienza della sua perdita. E' commovente l'identificarsi dell'autore con un vecchio albero, rimasto solo, ormai, allo sferzare dei venti della Patagonia.
Spesso gli scrittori, che ammiriamo, tendiamo ad idealizzarli, tanto da restare delusi se poi abbiamo la ventura o sventura, a seconda dei casi, di conoscerli di persona. Io Sepùlveda l'ho incontrato il giorno del suo sessantesimo compleanno, mi aveva emozionato sentirgli raccontare, tra l'altro, del fatto che guardandosi allo specchio ogni mattina si sentisse "appena decente", a dispetto della sua vita tanto speciale e ricca di cose e, per certi versi, addirittura avventurosa. A vederlo di persona dà, davvero, l'idea di un vecchio albero della Patagonia, una quercia dalle radici ampie e solidissime; sono riuscita ad augurargli, credo balbettando, lunga vita e lunga scrittura e lui mi ha ringraziato e regalato un autografo con inchiostro verde, a riprova che è davvero l'albero della Patagonia di cui parla, verde e rigogliosissimo malgrado i venti.


Luis Sepùlveda- La lampada di Aladino- Guanda

giovedì 17 giugno 2010

Mutandine di chiffon

Il titolo è allusivo, però nessuna traccia di licenziosità nè delle stesse mutandine si ritrova all'interno di questo libro ( altro non sono che il titolo di una canzone di successo, scritta sotto lo pseudonimo di Bel Ami dal locatario di un giovanissimo Fruttero ) , l'autore è uno splendido ottuagenario, un uomo d'altri tempi, non nel senso di datato tutt'altro, egli è persino di una lucidità e ironia spiazzanti, bensì per la classe e lo stile e l'intelligenza colta e raffinata, mai altezzosa, che lo contraddistinguono. Lo chiffon mi ha fatto venire in mente il ratafià di Paolo Conte, anch'egli piemontese come l'autore e proprio come l'autore anch'egli di un'altra epoca. Fossati ( altro canatante, che oggi mi ha preso così! ) canta "che non si regala l'intelligenza e la compagnia", azzeccatissimo per il sottotitolo di questo libro : "memorie retribuite", perchè una tale condivisione di fatti e storie e passaggi di vite come avviene in queste pagine, che hanno riguardato lo stesso autore e una moltitudine di altri individui, famosi o meno, che si sono incrociati con lui ( Citati, Bocca, Simenon, Calvino e consorte ecc.ecc.) perchè non suoni come un autoincensarsi melenso o un egocentrico e tristemente nostalgico mettersi su di un piedistallo, non può non essere una raccolta di lavori fatti per "pecunia", banalmente ( e non ditemi che questa non è grandezza! ). Bello il racconto della passione per la lettura, passione che esclude da tutto il resto, perchè assoluta e scoppiata in contingenze sinistre ( Fruttero era sfollato in un castello durante la Seconda guerra mondiale ) e del tutto inaspettatamente; bella l'idea di dissacrarla la letteratura, addirittura arrivando a spettegolarne e a spettegolare dei suoi mostri sacri. Splendido il ricordo dell'amicizia con Lucentini, amicizia rimasta intatta anche dopo la morte dell'amico, si ricostruisce in tre capitoli di questo libro la loro proficua collaborazione e fraterna unione d'intenti, protrattasi ininterrottamente dagli anni sessanta. Proprio roba d'altri tempi, insomma.



Carlo Fruttero- Mutandine di chiffon- Mondadori

giovedì 10 giugno 2010

Il peso della farfalla

Nomen omen viene da dire per questo libretto, non pesa nulla eppure è schiacciante e decisivo. Ogni parola è cesellata, scelta con sapienza, pregna, sembra quasi , leggendo, di farsela passare sulla lingua come una caramella, che piano piano, sciogliendosi, rilascia in bocca il suo sapore. Abbiamo a che fare con due solitari, un camoscio e un bracconiere, due esistenze al margine, due vite speculari, giunte quasi alla fine nella coerenza di una propria singolarità. L'uomo a differenza dell'animale non ha armonia, non ha equilibrio, non ha legge; egli è tutto un ribaltare i piani, un mettere in discussione senza pace nè tregua, un costante non abitare il proprio tempo, cercando di piegarlo a questo o quel fine, strumentalizzarlo per questo o quell'obiettivo, destinandosi così alla disperazione per la perdita irrimediabile del presente. L'animale pur nella sua singolarità, invece, sottosta alle leggi della natura e sa il tempo, lo accetta e compie il suo destino, senza tema di sbagliare o di essere ridicolizzato o colpevolizzato, vive così naturalmente. La natura e l'ipotesi di un creatore a sorvegliare sul tutto sono alla base del messaggio che questo racconto vuole dare, fatale è lo svolazzare della farfalla, che con un suo tocco lievissimo deciderà il destino dell'uomo, pareggiando i conti definitivamente tra lui e l'animale. Non si vince nè si perde alla vita, è gia tanto che si finisca zero a zero. Bellissima parabola intrisa di misticismo, frutto di autoanalisi credo e di notevole sensibilità verso la natura, l'universo femminile e la funzione ad esso destinata di uovo (custodia per eccellenza della vita). Davvero bello, lo consiglio.



Erri de Luca- Il peso della farfalla- Feltrinelli

giovedì 3 giugno 2010

Domani nella battaglia pensa a me.

Se raccontare è indice di generosità, come in questo romanzo sembra si lasci intendere, allora Marias è un generoso. Tutta la storia ruota intorno al concetto di verità, la verità di ciascuno di noi in relazione a ciò che sperimentiamo col nostro agire o non agire, col nostro aprirci agli altri oppure no, anche a prescindere dalla nostra stessa consapevolezza, col vivere quotidiano, insomma, finisce per non esistere, perchè non è mai la stessa. In questo romanzo,  a mio avviso più che degno di questo nome, passa il messaggio che tutto ciò che succede, anche se mentre accade sembra essere "neutro, rivisto alla luce di un naturale accadimento (che tendiamo ad occultare, a allontanare perchè culturalmente sentito come imbarazzante, umiliante, angoscioso e quant'altro...) quale è la morte, può assumere connotati di colpevolezza, di crudeltà, di ignominia assolutamente impensabili in sua assenza. Sembra che i fatti vengano a illuminarsi di una luce criminosa per effetto della morte, la verità diventa addirittura parziale e definitiva, senza possibilità di essere più smentita o rettificata. Ed ecco che nasce l'esigenza di raccontare, argomentare, giustificare per convincere gli altri e convincerci,  a nostra volta, della neutralità dei nostri comportamenti nel momento che venivano compiuti. La morte parcellizza la realtà, il racconto è più completo e assolve perchè persuade, convince e porta l'interlocutore dalla parte di chi racconta , apre a possibilità prima ignorate e pensate inesistenti, proprio  il contrario del silenzio e della morte stessa. L'autore è bravissimo nel raccontare, molto interessante è l'analisi particolareggiata  che fa della psicologia femminile vista dal punto di vista maschile. Ha un linguaggio tutt'altro che banale ma mai pesante o macchinoso, bellissimi sono i suoi flash back continui e inquietanti al tempo stesso, bello è l'utilizzo di immagini ( la nuca, le scarpe, il cadere in ginocchio, le mani che stringono o fanno altro ) che si sovrappongono e si ripetono nel corso del romanzo anche se in contesti diversi; sembra che i fatti e i personaggi che li mettono in atto siano dei prismi, che a seconda della luce possono rimandarci una  faccia o l'altra, o addirittura più facce tutte insieme. Originalissima la trovata di chiamare ad un certo punto, il protagonista che è un negro ( in senso letterario ), un nessuno di un nessuno a sua volta, proprio Javier. Questo la dice lunga sulla sottile ironia e il senso di divertimento che permea la storia ( vita e letteratura come facce di una stessa medaglia, credo ci siano riferimenti fortemente autobiografici a riguardo ) e sulla capacità d'incantare e sedurre fino all'ultima parola del suo autore. Assolutamente da leggere!


Javier Marìas- Domani nella battaglia pensa a me- Einaudi

giovedì 27 maggio 2010

Free Karma Food

Questo libro è molto particolare, è di genere cyberpunk, io lo definirei però "cyberpulp", dal momento che inizia con la descrizione di un furgoncino per le consegne di macelleria (quella tradizionale cui siamo ancora abituati) e si chiude con la macelleria del futuro ( nel 2025 ), anzi proprio con un dettagliato manuale di macellazione, solo che alle mucche e ai maiali, completamente estintisi a seguito della grande Moria ( non quella di Totò! ) e cioè di una quasi apocalisse, hanno sostituito l'uomo, che è rimasto il cibo più richiesto e servito nei fast food. Tutto ciò passando per un mondo globalizzato di individui da bestiario, fatto di cibo, di sangue, di fogne e di droghe di ogni tipo, dove l'umano è ridotto a corpo inteso come cibo, richiestissimo dal mercato mondiale. Non mancano messaggi di speranza, anche se da un'ottica completamente ribaltata rispetto ai canoni soliti, comunque validi anche in un mondo sull'orlo dell'abisso, tuttavia non si fa troppa fatica a credere possibile una tale deriva, in un futuro nemmeno poi così lontano.
Il ritmo del racconto è incalzante, il libro è tutta velocità, bisogna però stare attenti a non confondersi per non perdersi delle trovate interessanti e nella forma e nei contenuti. I precedenti del collettivo erano più coinvolgenti, almeno per i miei gusti, però sicuramente questo libro incuriosisce e molto!


Wu Ming5- Free Karma Food- Rizzoli

giovedì 20 maggio 2010

L'infinito viaggiare

L'infinito viaggiare è una raccolta di racconti, estratti, appunti, riflessioni e citazioni letterarie, essenzialmente un ricordarsi ( nel senso letterare di ripassarsi dalle parti del cuore ) della propria vita, che è la metafora, il paradigma per eccellenza del viaggio; Magris sembra volerci dire che, se si è fortunati o forse solo più abili, questo viaggio potrà essere infinito. Non si vive forse tutta la vita cercando di allontanare, il più possibile, la morte? Viviamo e viaggiamo e scriviamo, procedendo alla stessa maniera, in modo circolare, cercando cioè sempre di far ritorno a casa oppure in maniera lineare, riuscendo cioè a trovarci a casa ovunque, certi che nulla possiamo possedere davvero; intraprendere un viaggio, in ogni caso, ci fa diventare altro da noi e persone nuove, pur senza dover rinnegare mai chi siamo veramente, sia che procediamo per demolizione sia per costruzione nel nostro vivere/viaggiare/scrivere, che poi sono la stessa cosa. Bellissimo è il modo di narrare dell'autore, non barocco, molto lineare e molto coinvolgente. Non avevo preso l'idea della lunghissima introduzione al libro molto bene, ero prevenuta, però mi sono dovuta ricredere su tutta la linea. Magris ci porta per mano nella Spagna di Don Chischiotte, nella Foresta Nera col suo mondo fantastico, nelle sue terre d'origine, per poi farci attraversare tutto l'Est, in un tempo sospeso prima che cadesse il muro ( mostrandoci come il viaggio non sia un mero fisico passaggio per un posto, ma le sensazioni che lo accompagnano o addirittura lo precedono ), fino alla Norvegia, alla Cina , al Vietnam, al Medio Oriente, ancora così carico di mistero per noi e all'Australia. I posti sono solo il pretesto che l'autore sceglie per raccontarsi e raccontare del mare, della natura, dei fiumi, dell'umanità che ha interiorizzato e che, incontrare di nuovo qui o lì, fa riemergere e riaffiorare a galla. Quando ci si lascia alle spalle le certezze, più o meno consapevolmente, e si abbandonano gli atteggiamenti soliti, la sicurezza del quotidiano e le rigidità e chiusure che ne conseguono, quando si parte, insomma, per un viaggio, non importa verso quale destinazione anzi è completamente irrilevante, lo si fa con umiltà, con curiosità e un certo abbandono all'ignoto, alla possibilità, all'imprevisto, così accade di venire in contatto con cose bellissime, inattese e che ci mostrano la parte di noi forse più vera e più nascosta.
Bello questo libro, ricco, affascinante e molto istruttivo, lo consiglio!


Claudio Magris- L'infinito viaggiare- Mondadori

giovedì 13 maggio 2010

Il viaggio dell'elefante

Questo libro è una favola, scritta con lucidità e senso dell'ironia raffinatissimi, in uno stile ineccepibile, all'altezza, insomma, di un premio Nobel. L'idea del libro nasce da una cena in un ristorante, durante la quale Saramago nota delle statue di legno raffiguranti degli elefanti, scriverà proprio di un elefante per una decina di anni a venire e il risultato sarà questo libro favoloso. L'autore ci racconta di un singolare viaggio fatto dall'elefante Salomone, condotto dal suo accompagnatore Subhro e da un seguito di ufficiali, soldati semplici, cavalli, buoi, servitori e serviti, e per un certo tratto anche dall'arciduca d'Austria e dalla sua consorte, tutti partiti dal Portogallo per  attraversare la Spagna e poi, via mare, giungere fino in Italia,  facendo tappa a Piacenza, Verona, Mantova, Padova, per poi valicare ancora le alpi e giungere, finalmente, a Vienna. Qui deve arrivare l'elefante, è un bizzarro dono di nozze che Dom Joao terzo e sua moglie Caterina avevano pensato di fare al cugino austriaco Massimiliano, in fondo senza nemmno tanta convinzione. L'elefante era stato a Belèm per quasi due anni a vegetare insieme al suo accompagnatore, all'arrivo in Austria, dopo questo viaggio corale, nessuno dei personaggi sarà più lo stesso, a cominciare dal modo di chiamarsi, assistiamo pian piano allo sgretolarsi di ogni convenzione e ci viene confermato che la natura umana è davvero un labirinto. Alla fine di questo viaggio, anche avventuroso oltre che di grande fatica,  i nobili faranno la figura di rozzi e incolti, gli incolti dimostreranno una certa nobiltà d'animo e persino le bestie, in certi frangenti, dimostreranno di avere maggiore buon senso delle persone. Lucido e implacabile sulla condizione umana, mutevolissima, Saramago ci mostra  che tutti i pregiudizi sono destinati a sciogliersi come neve al sole, riesce ad essere sorpendentemente sagace e dissacrante anche in materia di religione e, visti i tempi, onore al merito. Un libro che ti apre gli occhi, ti fa pensare e ti diverte, cosa assolutamente non trascurabile, lo consiglio!


José Saramago- Il viaggio dell'elefante- Einaudi

giovedì 6 maggio 2010

Hanno tutti ragione.

E' il primo romanzo di Paolo Sorrentino, l'ho letto tutto d'un fiato e mi sono divertita ed emozionata dalla prima all'ultima pagina, senza soluzione di continuità. Che sappia raccontare storie non c'è dubbio, l'originalità  di Sorrentino sta però nel raccontarci la storia surreale di Tony Pagoda, il protagonista appunto, un improbabile cantante melodico (con una malsana invidia per Fred Bongusto), irriducibile cocainomane, marito e padre fallimentare nonché playboy da strapazzo, una persona quantomeno irritante, un autentico stronzo, insomma, che però nasconde, nemmeno poi tanto in fondo, una saggezza, una coerenza e una sensibilità insospettabili, che disarmano il lettore e che, contrariamente ad ogni previsione, lo portano a stare proprio dalla parte del protagonista, ad essere solidale con lui. Tony non si tira mai indietro anche quando sembra farlo, è nel gioco e gioca fino alla fine, un irriducibile come lo scarafaggio della copertina.
Sono bellissime le descrizioni di tipi umani al limite con l'orripilante ( qualunque sia il ceto cui appartengono, trasversale ne è la bruttura ), che risultano alla fine persino simpatici; si ha  l'impressione di stare di fronte ad un continuo e onesto scaricarsi la coscienza, come per fare un testamento spirituale, da parte di uno che però non crede a nulla e a nessuno e che, quindi, coscienza non ha e nemmeno sta per morire. Altrettanto belle sono le continue summe e considerazioni del protagonista, spicciole ma realistiche e condivisibili, ora sull'uomo, che come la coca- cola basta scuoterlo perché spruzzi sangue e sentimenti, ora sui sostantivi che annoiano mentre gli aggettivi seducono, oppure sull'arte che è più importante della vita ( e Tony odia i musei ), sulla bellezza che paralizza e inibisce addirittura il desiderio, sull'accettazione della vecchiaia, sul dolore e sul fatto che chi fuma lo conosce bene, sull'orgoglio, sull'amore ( non si direbbe ma Beatrice gli ha spezzato il cuore ), sul conformismo, sulla vita tutta e sull'ipotesi dell'esistenza di un creatore, che se c'è è un sadico. Commovente è l'amore per Napoli, una città, l'unica, ormai, ad avere "un minimo di senso con quell'apertura alata a mare, sterminata". A me questo libro è piaciuto molto, sarà anche perché sono oriunda del posto ma lo consiglio proprio, " mica si chè".



Paolo Sorrentino- Hanno tutti ragione- Feltrinelli

giovedì 29 aprile 2010

E' giallo!

Questo libretto, tascabile e di facile lettura, è il primo che leggo di Giorgio Scerbanenco. Ero incuriosita dall'autore, ho trovato che ha una scrittura semplice ed essenziale, che riesce con facilità a dare una rappresentazione lucida di quella che è la situazione sociale italiana degli anni settanta e a tracciare, senza sforzo, un profilo a tratti anche impietoso della piccola borghesia del bel paese. Ladro contro assassino è la vicenda di un ladro dal cuore buono, tale Mario Marrìa, il quale esce dal carcere di S.Vittore dopo un anno di reclusione per borseggio, tutt'altro che intenzionato a cambiare vita. Una volta fuori, anzichè cercarsi un lavoro, insieme a Giovanna, la coprotagonista del libro, metterà a segno un nuovo colpo in un night. Raccimolata così una bella somma di danaro e presa in prestito la macchina di Giovanna, Mario si recherà da Caterina. La ragazza lavora per i servizi sociali con molta dedizione, è innamorata di Mario da tempo ma Mario non sa se l'anno passato in carcere l'abbia allontanata definitivamente da lui. Non ha altra scelta che andare a chiederglielo, anche su consiglio della stessa Giovanna. I sentimenti di Caterina per lui non sono cambiati, lei contro i suggerimenti della madre ha deciso di amarlo perchè riconosce in lui un bravo ragazzo. Decidono così di fare un viaggio a Orvieto, Caterina lo desidera da tempo, è un suo sogno. La gita a Orvieto rimette l'animo di Mario in pace, finalmente gli pare che tutto sia a posto ed è felice ma dura poco. Dopo un'intera giornata di giri turistici, mentre Caterina è in macchina a massaggiarsi i piedi stanchi, Mario va al bar a prendersi da bere, mancherà solo per cinque minuti e al suo ritorno troverà il corpo della ragazza senza vita e brutalmente massacrato. Un gruppo di anarchici lo vede in macchina vicino al cadavere, lui capisce che sarà il primo sospettato e che con i precedenti che ha non ha scampo, ancora scosso decide che l'unica è scappare. Sulla sue tracce ci saranno così i poliziotti da un lato e i giovani anarchici dall'altro, proprio questi ultimi riusciranno ad acciuffarlo, massacrarlo di botte e quasi a consegnarlo alla polizia, se non fosse che Mario li convincerà della sua innocenza. Da quel momento in poi lo aiuteranno a scovare l'assassino con ogni mezzo insieme alla fedele e leale Giovanna, rischiando anche di finire loro stessi in carcere. L'assassino sarà difficile da trovare, Caterina non aveva nemici, conduceva una vita irreprensibile ma Mario non ha scelta, non troverà più pace nè sarà scagionato dall'accusa di omicidio se non lo troverà, decide così di cercarlo indagando a ritroso nella vita della ragazza...e alla fine avrà ragione.



Giorgio Scerbanenco- Ladro contro assassino- Garzanti

giovedì 22 aprile 2010

Un puzzle

Questo libro è un puzzle, le pagine-tessere completeranno e ricostruiranno, alla fine, quella che è la figura di Maria Rosaria Inzerillo, detta con dispregio "la mennulara", donna misteriosa ed enigmatica, soprattutto agli occhi delle persone che le erano state vicine, gli Alfalippe ( per i quali era stata serva, amministratrice, consigliera e chissà cos'altro! ) fino all'ultimo giorno della sua vita. Il racconto parte dal momento dalla morte della mennulara e si protrae per un mesetto, fino al giorno del trigesimo; nella società dell'epoca immobile e cristallizzata  ciascuno si è costruito un ruolo che tiene a mantenere, con un certo terrore dei cambiamenti, si seguono così rituali per ogni cosa e l'apparenza e il conformismo la fanno da padrona. Poi, lontano dagli occhi e dalle orecchie altrui, tutti si lasciano andare ai propri reali istinti, interessi, tornaconti e piccoli o grandi compromessi. Nel romanzo ambientato in una Sicilia descritta meravigliosamente nelle sue tradizioni, nei suoi scorci mozzafiato, nella sua cultura millenaria, nei suoi colori e sapori si evidenzia la separazione/contiguità tra servi e padroni in un periodo di profonda rivoluzione socio-economica, le due classi ( con continui ribaltamenti di ruolo e colpi di scena ) convivono sempre più a stretto contatto nel concreto, mantenendo però in piedi una rigidissima formalità e soprattutto non parlandosi ma "sparlandosi". Emblematico di ciò è il continuo passare di informazioni, tra l'altro anche raccontate con una certa ironia e in modo assolutamente divertente, su fatti privati di bocca in bocca, da un certo punto di vista nei salotti bene e da tutt'altro nelle portinerie, con la stessa dose massiccia di diffidenza reciproca. Tutti sanno tutto di tutti, anche la mennulara non sarà risparmiata da ogni tipo di pettegolezzo una volta morta, dal più santificante al più becero, solo alla fine del romanzo ogni tassello troverà la sua esatta collocazione e renderà giustizia alla memoria della defunta.





Simonetta Agnello Hornby - La Mennulara- Feltrinelli

giovedì 15 aprile 2010

Allontanando

Questo libricino è la storia di una serie di persone coinvolte, loro malgrado, in fatti di sangue, che l'Italia ha prima permesso, poi mistificato nonchè rimosso, salvo riportarli a galla all'occorrenza per giustificare questo o quell'orientamento politico/ideologico, per  ben quarant'anni, senza che mai si mettesse un punto fermo, si facesse chiarezza, si spiegasse alcunchè di quegli anni assurdi, cosiddetti "anni di piombo". Mario Calabresi, ottimo giornalista, con piglio documentato e desideroso, direi quasi assetato di chiarezza, ci racconta come il terrorismo sia entrato nella sua vita, in quella della sua famiglia e in quella di numerose altre vittime, alcune completamente sconosciute ai più, altre meno e come oltre al danno le stesse vittime si siano dovute, nell'assenza pressocchè totale dello Stato, sobbarcare l'onere di gestire calunnie, falsità, accuse e nel migliore dei casi l'umiliazione per la confusione dei fatti e la colpevole immobilità delle istituzioni di fronte a chi da quella confusione ha tratto vantaggio. L'autore racconta solo ciò che è stato provato in ordine alla tragica vicenda che ha portato alla morte del padre, ha parole di riconoscenza per chi gli è stato leale ( pochi ma determinanti a portare nella sua casa un pò di "caos buono" stavolta, fatto di tanto colore e calore e di...spensieratezza ), non sembra serbare rancore e questa è la prova che chiunque abbia voluto colpire la sua famiglia ha fallito miseramente. Mario Calabresi è un bel ragazzone, sereno e forte, sicuramente ha sofferto molto per ciò che gli è accaduto ma ha saputo andare avanti. Credo che l'Italia debba essere meno superficiale ed esigere chiarezza su fatti che possono essere allontanati definitivamente solo se chiariti, lo si deve a troppe vittime, lo si deve all'intelligenza di troppe persone. In bocca al lupo Mario, di cuore.



Mario Calabresi- Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo.- Mondadori

giovedì 1 aprile 2010

La ragazza yemenita

Ezra Shultish, scrittore cinquantenne e docente di letteratura ebraica a New York, prende un anno sabbatico e va ad Haifa, qui cercherà di avvicinare/frequentare quello che è il suo mito da quando aveva tredici anni, il premio Nobel per la letteratura Yeheil Bar-Nun ormai ottantenne. Del premio Nobel Shultish conosce l'opera alla perfezione, ha scritto anche un saggio sul suo stile e lessico, sembra però che abbia bisogno di un riconoscimento personale per il lavoro di tutta la vita dedicato al suo idolo; vuole una registrazione audio de "La ragazza yemenita", il racconto del vecchio maestro che preferisce, ne fa una questione cruciale per la sua vita e per la sua carriera, è un suo bisogno che il Nobel però sembra ignorare completamente. Questo tentativo di relazione sarà difficile e faticoso, in certi casi addirittura esasperante, tanto che il professor Shultish finirà con l'ammalarsi. La malattia, l'assenza della moglie volata in Svizzera per visitare una sorella malata a sua volta, la frustrazione per l'inafferrabilità del premio Nobel amplificheranno l'ossessione di Shultish per " La ragazza yemenita", che da racconto si trasformerà in vita reale; infatti la giovane domestica di un suo amico, Miriam, finirà per incarnare proprio il personaggio del racconto nella mente del professore in convalescenza, la vita di Shultish giungerà allora ad una svolta inattesa e sul piano umano e su quello professionale. Il romanzo scritto molto bene evidenzia la bellezza dei territori di Israele in tempo di pace, le sue assenze di crepuscolo, la sua aria impareggiabile, la profonda cultura dei popoli che abitano quelle rive del Mediterraneo, a leggerne viene voglia di andare a visitare quei posti. Sullo sfondo, per tutto il romanzo, c'è la descrizione ironica e addirittura sarcastica delle problematiche connesse al mondo della scrittura, le beghe e i piccoli pettegolezzi dell'ambiente editoriale, le crudeltà e le invidie tra scrittori, gli altarini nascosti dietro i premi letterari più o meno importanti, personaggi e persone sembano fare a cazzotti tra loro insomma, Curt Leviant con intelligenza ci svela divertito i retroscena di un mondo che conosce bene, del suo mondo.




Curt Leviant- La ragazza yemenita- Guanda

giovedì 25 marzo 2010

Per Dio e L'Impero

Anche questo libro è un romanzo sui generis, scritto in modo anomalo per un romanzo,  come si suol dire a spezzoni e spizzichi,  in forma di poesia e da un autore di cui non è dato sapere, anche se si  specifica sulla prima di copertina che si tratta di una storia vera. Il protagonista è un ragazzo italiano con qualche talento in materia artistica e molti sogni riguardo alla "pimp art", che a metà anni novanta va a Londra a cercare fortuna. Il lavoro, che gli permetterà di mantenersi e alimentare il suo sogno di grandezza, sarà quello di "attacchino", nello specifico egli attaccherà adesivi pubblicitari  alle cabine telefoniche londinesi  per pubblicizzare le cosiddette "case valvola" ( col rischio di finire indagato per favoreggiamento della prostituzione ) delle cosiddette "Regine". Il linguaggio è dissacrante e ruvidissimo, la storia molto ironica è interessante perchè squarcia il velo su un mondo frequentatissimo e che muove una enorme  massa di danaro e coinvolge, trasversalmente, una quantità assurda di insospettabili . Il meccanismo è quello di mettere in luce ciò che la finta morale o il credo religioso o il potere o la stessa società civile, preferisce ignorare. Le Regine della storia non sono assolutamente nè derelitte nè schiave di un sistema, al contrario sono esperte di affari, che hanno capito il business e lo gestiscono loro stesse con ottimi profitti. Lo stickyboy italiano diventa loro amico e in qualche modo collaboratore, disegnando per loro accessori moda e oggetti da lavoro. L'amicizia e l'amore che ha per le prostitute fin da piccolo saranno, alla fine, la chiave del successo di Stickyboy. Mai libro fu più attuale.



Stickyboy- Per Dio e l'Impero- Tea

giovedì 18 marzo 2010

La Cosa Nuova

A Brooklyn nella seconda metà degli anni sessanta una cronista musicale, hippy e bianca (alla quale hanno ammazzato il compagno musicista, di colore), scomparsa poi nel nulla, lascia alla sua redazione una enorme quantità di nastri audio, frutto del suo lavoro per il Brooklynite (lei lavorava sempre così, col registratore acceso). Quel registratore finirà per ricostruire, inconsapevolmente, non solo parte della vita della cronista scompara ma anche e soprattutto, ciò che accadeva intorno a lei e più in generale negli Stati Uniti. Il clima è rovente, ci sono in quegli anni contrapposizioni anche sanguinose tra il Black Power ( da posizioni moderate alla M. L. King passando per quelle di Malcom X,  fino alle più estreme dei seguaci delle Pantere Nere ) e l' estabilishment, identificato di volta in volta col Ku Klux Klan, col Cointrerpro, con l' FBI, col NYPD o addirittura con un improbabile tale "Figlio di Witheman". Insomma questo  clima di rancori e sospetti, di grande confusione e caos porterà alla morte violenta di diversi musicisti ( e di persone che, semplicemente, si muovevano nell'ambiente ) della cosiddetta "New Thing", del free jazz ispirato da musicisti del calibro di Shepp e di Coltrane, che fà da colonna sonora a tutta la vicenda. Dopo tanta violenza, sospetti , sangue versato dalle opposte fazioni in un circolo vizioso, inarrestabile, sembra si arrivi ad una sola conclusione e cioè che la giustizia, auspicata da tutti, non và perseguita ma anticipata.
Molto bella la scrittura, direi cinematografica, documentatissima eppure di facile fruibilità la ricostruzione delle lotte dei negri, poi neri, poi diventati finalmente afroamericani, interessantissimo l'excursus nel mondo del jazz. Davvero un bel romanzo.



Wu Ming 1- New Thing- Einaudi

giovedì 11 marzo 2010

Invisibile

Quello che non si vede orienta le nostre vite in maniera irreversibile. Soprattutto il dolore. Questo ci racconta Auster in Invisibile. Ci porta fino alla duecentottantottesima pagina del romanzo, a un ritmo sostenuto, a tratti lasciandoci senza fiato, per dirci che tutti i personaggi descritti fin lì non sono quello che sembrano, che tutti i fatti raccontati, dettagliatamente, sono "smontabili" con un semplice cambio di prospettiva, un nuovo punto di vista. Poi, ancora una volta, alla fine del romanzo si ribalterà tutta la vicenda, daccapo. Il filo rosso che lega tutto sembra essere l'esigenza di fissare per iscritto l'evento che ciascuno dei personaggi, di volta in volta, non capisce della propria vita ma sa che sarà determinante nel cambiargliela, nel bene o nel male. L'autore sembra dirci che il romanzo che pretendiamo di fare delle nostre vite è in realtà solo una delle possibili o meglio delle più accettabili, per noi, versioni di esse. Mai coinciderà con quella degli altri, neppure di quelli che ci avranno amato alla follia, a maggior ragione neppure di quelli. La scrittura è bellissima e densa, la parte sull'annegamento e quello che ciò comporterà del settenne Andy è addirittura straziante, le descrizioni, poi, dei cieli parigini valgono da sole già tutto il romanzo. Lo consiglio.



Paul Auster- Invisibile- Einaudi