venerdì 14 maggio 2010

POIEIN


 Elogio dei piedi



Perché reggono l'intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l'appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.



Erri De Luca-Opera sull'acqua ed altre poesie-Einaudi

giovedì 13 maggio 2010

Il viaggio dell'elefante

Questo libro è una favola, scritta con lucidità e senso dell'ironia raffinatissimi, in uno stile ineccepibile, all'altezza, insomma, di un premio Nobel. L'idea del libro nasce da una cena in un ristorante, durante la quale Saramago nota delle statue di legno raffiguranti degli elefanti, scriverà proprio di un elefante per una decina di anni a venire e il risultato sarà questo libro favoloso. L'autore ci racconta di un singolare viaggio fatto dall'elefante Salomone, condotto dal suo accompagnatore Subhro e da un seguito di ufficiali, soldati semplici, cavalli, buoi, servitori e serviti, e per un certo tratto anche dall'arciduca d'Austria e dalla sua consorte, tutti partiti dal Portogallo per  attraversare la Spagna e poi, via mare, giungere fino in Italia,  facendo tappa a Piacenza, Verona, Mantova, Padova, per poi valicare ancora le alpi e giungere, finalmente, a Vienna. Qui deve arrivare l'elefante, è un bizzarro dono di nozze che Dom Joao terzo e sua moglie Caterina avevano pensato di fare al cugino austriaco Massimiliano, in fondo senza nemmno tanta convinzione. L'elefante era stato a Belèm per quasi due anni a vegetare insieme al suo accompagnatore, all'arrivo in Austria, dopo questo viaggio corale, nessuno dei personaggi sarà più lo stesso, a cominciare dal modo di chiamarsi, assistiamo pian piano allo sgretolarsi di ogni convenzione e ci viene confermato che la natura umana è davvero un labirinto. Alla fine di questo viaggio, anche avventuroso oltre che di grande fatica,  i nobili faranno la figura di rozzi e incolti, gli incolti dimostreranno una certa nobiltà d'animo e persino le bestie, in certi frangenti, dimostreranno di avere maggiore buon senso delle persone. Lucido e implacabile sulla condizione umana, mutevolissima, Saramago ci mostra  che tutti i pregiudizi sono destinati a sciogliersi come neve al sole, riesce ad essere sorpendentemente sagace e dissacrante anche in materia di religione e, visti i tempi, onore al merito. Un libro che ti apre gli occhi, ti fa pensare e ti diverte, cosa assolutamente non trascurabile, lo consiglio!


José Saramago- Il viaggio dell'elefante- Einaudi

mercoledì 12 maggio 2010

Senza tempo nè spazio

Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo. Quell’istante prezioso che avvolse il mio corpo in un abbraccio profondo e sereno forse durò solo qualche secondo, è vero, ma la felicità di quel momento parve proseguire per ore, estendersi per anni. Era il 26 maggio 1975, un lunedì, all’incirca le tre meno un quarto: in quell’istante ebbi la sensazione che ci fossimo liberati da tutti gli opprimenti sensi di colpa, dal peccato, dal castigo e dal pentimento, e che il mondo si fosse sottratto alle leggi della gravità e del tempo. Baciai la spalla di Füsun, sudata per il caldo e il sesso, l’abbracciai dolcemente da dietro e penetrai dentro di lei, mordicchiandole l’orecchio sinistro. Per un lungo istante l’orecchino rimase quasi sospeso nell’aria e poi cadde. Quel giorno non notai quale forma avesse. Eravamo così felici che fingemmo di non accorgercene e continuammo a baciarci.




Orhan Pamuk-Il museo dell'innocenza-Einaudi



martedì 11 maggio 2010

Basta saperlo

"Lì in quel bar, spiando da dietro le mie falle un mondo di mia invenzione, pronunciai questa parola: schizofrenia.
L'aspetto e il suono di questa parola mi avevano affascinato per molti anni. Mi appariva e risuonava come una creatura umana che starnutisca in una bufera di scaglie di sapone.
Non sapevo nè so per certo di avere quella malattia. Sapevo e so questo: mi sto cacciando in un brutto pasticcio col non limitare la mia attenzione ai particolari della vita che rivestono un'importanza immediata e col rifiutarmi di credere in ciò in cui crede il mio prossimo."



Kurt Vonnegut-La colazione dei campioni-Feltrinelli

lunedì 10 maggio 2010

Ritornare

Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l'amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell'abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi non ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù. E io sarò perdonato, per questo e per altro, per Vera Rivken e per l'incessante battere d'ali di Voltaire, affascinante uccello, e perché mi sono fermato a osservarlo e a sentirne il canto. Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare.


 John Fante-Chiedi alla polvere-Einaudi