venerdì 5 luglio 2013

POIEIN


Antonio Ambrogio Alciati - Il convegno
La finestra sull'amore



L'intima ombra in cui

La radice che profuma di umidità.

modella a poco a poco la sua statura.

Quel calore impermeabile 

che avvolge piacevole la vita.

Da lì la linfa

il mistero affezionato a queste pareti, 

soavi, profonde

in cui cadiamo blandamente

ricercando l'origine.

Quando invento

un palato di miele nella tua bocca.

Carmen Yànez

giovedì 4 luglio 2013

...c'è uno che ti aspetta

In qualche lontana città che non conosci e dove forse non ti accadrà di andare mai, c’è uno che ti aspetta... là dove si nascondono gli ultimi segreti della vita, giorno e notte resta aperta per te la porta del suo palazzo favoloso... Tu stenti qui la vita, vai vestito di grigio, perdi già i capelli, i conti alla metà del mese sono penosi. Sei uno dei tanti. Di anno in anno ambizioni e speranze si rattrappiscono. Quando incontri le belle donne, non hai più neanche il coraggio di fissarle. Ma laggiù, nella città di cui ignori il nome, un potente signore ti aspetta per toglierti ogni pena: per liberarti dalla fatica, dall’odio, dagli spaventi della notte... In qualche lontana terra, ma potrebbe darsi invece che sia molto più vicino. Forse il signore potente ti aspetta in una delle nostre città che tu conosci. Ma forse potrebbe essere più vicino ancora, a non più di cento chilometri, in una cittadina di provincia. Ci sono qui delle piazzette fuori mano dove i camion non passano: e ai lati sorgono certe anziane case piene di dignità con festoni di rampicanti...Ma può essere anche molto più vicino, veramente a due passi, tra le mura della tua stessa casa. Sulla scala, al terzo piano, hai mai notato, a destra del pianerottolo, quella porta senza campanello né etichetta? Qui forse, per agevolarti al massimo, ti attende colui che vorrebbe renderti felice: ma non ti può avvertire. Perciò prova, la prossima volta che ci passi davanti, prova a spingere l’uscio senza nome. Vedrai come cede. Dolcemente ruoterà sui cardini, un impulso irragionevole ti indurrà ad entrare, resterai sbalordito... Ma tu non provi ad aprire, indifferente ci passi davanti, su e giù per le scale mattina e sera, estate ed inverno, quest’anno e l’anno prossimo, trascurando l’occasione... Tra le mura della tua stessa casa. Ma come escludere che sia ancora più vicino colui che ti vuole bene? Mentre tu leggi queste righe egli forse è di là dalla porta, bada, nella stanza accanto; se ne sta quieto ad aspettarti, non parla, non tossisce, non si muove, non fa nulla per richiamare l’attenzione. A te scoprirlo. Ma tu, uomo, non ti alzi nemmeno, non apri la porta, non accendi la luce, non guardi. Oppure, se vai, non lo vedi. Egli siede in un angolo, tenendo nella destra un piccolo scettro di cristallo, e ti sorride. Però tu non lo vedi. Deluso, spegni, sbatti la porta, torni di là, scuoti il capo infastidito da queste nostre assurde insinuazioni: fra poco avrai dimenticato tutto. E così sprechi la vita.




D. Buzzati - La boutique del mistero - Mondadori


mercoledì 3 luglio 2013

Ma a Parigi...

"Durante una delle solite cene a caffè e latte con la Lenormand uscii a dirle che su Parigi era disceso un freddo per me insopportabile fuori di casa, e che avevo intenzione di tornarmene in Italia, non fosse altro per provvedermi di un cappotto e degli abiti invernali.
La vedova aggrottò le sopracciglia. "Bene" - disse - "ve ne volete andare così, da un giorno all'altro? Per tornare sì e no magari in primavera? O forse mai più, se al vostro paese trovereste, come sarebbe giusto, un lavoro e magari una donna da sposare. Dopotutto, avete anche voi una madre che certo vi aspetterà. Andate, andate.".
Non seppi cosa rispondere. "Tuttavia" - o meglio toutefois, come aveva l'abitudine di dire ogni tre o quattro parole - "se è solo per il freddo, vi posso venire incontro. Ho in serbo tre o quattro maglie di lana nuove che mio figlio ha abbandonato qui partendo, e se non volete disdegnarlo, anche un cappotto di astrakan nuovo fiammante, anch'esso abbandonato da Maurice, che in quei paesi caldi dell'Estremo Oriente non avrebbe saputo cosa farsene."
Si alzò, mi portò le maglie ancora avvolte nelle carte trasparenti della fabbrica e le posò sul tavolo. Andò via un'altra volta e tornò reggendo un pesante cappotto di astrakan grigio che aveva l'aria di non essere stato mai portato o solo qualche volta, se ricordavo bene d'averle sentito dire che suo figlio era partito per l'Indocina nel novembre di due anni prima.
A prima vista mi era parso una pelliccia della Lenormand, di breitschwanz o di karakul, ma la donna presentandomela disse che si trattava di un capo di gran valore fatto confezionare da suo figlio prima della partenza presso un grande sarto. "Fu" - disse - "un'idea di Maurice. Voleva un cappotto non con la pelliccia all'interno come si usa comunemente, ma all'esterno. Diceva che in Russia, al tempo degli zar, i signori portavano cappotti di quel tipo lunghi fino ai piedi. Però è un po' lungo… Andrebbe portato con un colbacco dello stello pelo in testa e un paio di stivali ai piedi".
Mi vidi, quando avessi indossati quella pelliccia, simile a un Michgele Strogoff o a qualche personaggio di Tolstoi, ma non osai sorridere. Guardai bene il cappotto, che aveva una martingala sopra lo spacco posteriore e un colletto rialzato, come certi pastrani militari dell'epoca napoleonica. Era di colore grigio argento con riflessi quasi azzurri e una fodera di satin bleu all'interno, sulla quale spiccava l'etichetta di un sarto.
Al mio paese, con un cappotto simile non sari mai comparso. Ma a Parigi si può portare di tutto, anche un elmo col pennacchio. Nessuno si sarebbe mai voltato a guardarmi per strada."


P. Chiara - Il cappotto di astrakan - Mondadori

martedì 2 luglio 2013

...fino all'infinito

Quando era solo, José Arcadio Buendìa si consolava col sogno delle stanze infinite. Sognava di alzarsi dal letto, di aprire la porta e di passare in un'altra stanza uguale, con lo stesso letto dal capezzale di ferro battuto, la stessa poltrona di vimini e lo stesso quadretto della Vergine de los Remedios sulla parete infondo. Da quella stanza passava in un'altra stanza esattamente uguale, fino all'infinito. Gli piaceva andarsene di stanza in stanza, come in una galleria a specchi paralleli, finché Prudencio Aguilar gli toccava la spalla. Allora tornava di stanza in stanza, svegliandosi a ritroso, percorrendo la strada inversa, e trovava Prudencio Aguilar nella stanza della realtà.



G. G. Màrquez - Cent'anni di solitudine - Mondadori

lunedì 1 luglio 2013

...era irreparabile

...Nashe si rese gradualmente conto che la situazione era irreparabile. Era stato troppo a
lungo lontano da lei, e adesso che era tornato a riprenderla, era come se Juliette non si ricordasse di lui. Aveva creduto che bastassero le telefonate, che quelle conversazioni due volte la settimana l’avrebbero comunque tenuto vivo nella sua memoria. Ma che ne sanno i bambini di due anni delle telefonate interurbane? Per sei mesi non era stato per lei che una voce, una vaporosa collezione di suoni, e a poco a poco si era trasformato in un fantasma. Anche dopo due o tre giorni che lui era in casa, Juliette continuava a essere timida ed esitante, a ritrarsi di fronte ai suoi tenta- tivi di afferrarla come se non credesse più interamente alla sua esistenza. Era diventata parte della sua nuova famiglia, e lui era poco più di un intruso, un alieno piombato da un altro pianeta. Si maledisse per averla lasciata lì, per aver organizzato le cose così bene. Adesso Juliette era l’adorata principessina della famiglia. C’erano tre cuginetti più grandi con cui giocare, c’era il labrador, c’era il gatto, c’era l’altalena nel cortile, c’era tutto quello che potesse desiderare. Pensava con irritazione che suo cognato aveva usurpato l’affetto di Juliette, e col passare dei giorni faceva sempre più fatica a non mostrare il suo risentimento. Ray Schweikert, un ex giocatore di football che era diventato professore di matematica e allenatore della squadra della scuola, era sempre parso a Nashe una specie di testa di legno, ma non c’erano dubbi che coi bambini ci sapeva fare. Era Mister Bontà, il babbo americano dal cuore grande così, e con Donna a tenere insieme le cose, la famiglia era solida come una roccia. Adesso Nashe aveva un po’ di soldi, ma le cose erano davvero cambiate? Cercò di immaginare i vantaggi per Juliette se fosse tornata a Boston a vivere con lui, ma non riuscì a mettere insieme una sola ragione a sua difesa. Voleva essere egoista, non rinunciare ai suoi diritti, ma cominciò a mancargli il coraggio, e alla fine si arrese all’ovvia verità. Se avesse strappato Juliette a quel mondo le avrebbe fatto più male che bene.



P. Auster - La musica del caso - Einaudi