martedì 30 aprile 2013

Di quei giorni...


Quando io frequentavo la seconda elementare successe che mia madre, a causa di un esaurimento nervoso – l'ho saputo anni dopo, io allora ricordo solo che piangeva sempre e spesso si chiudeva in bagno –, su consiglio dei medici fu mandata da certi parenti, sulle Dolomiti, per un lungo periodo di riposo, quattro mesi almeno.
Di quei giorni conservo immagini e profumi. Io e il bab­bo a pranzo o si andava in trattoria oppure eravamo ospiti di amici, mentre la sera, a cena, veniva la Mimma a trafficare ai fornelli, perché il babbo non è mai andato oltre le uova sode, lei invece era bravissima a cucinare, ho ancora adesso l'acquolina alla bocca se ripenso alla sua zuppa inglese. Poi rammento l'appuntamento telefonico, ogni sera, con mia madre, che spesso piangeva e così faceva piangere anche me, ma soprattutto ho il bel ricordo di lei, della Mimma, che mi aiutava a fare i compiti e poi, prima che il babbo mi mettesse a letto, se ne andava con un saluto della mano, affettuoso. Sembrava fosse l'unica ad aver capito che non sopportavo e non sopporto sbaciucchiamenti e moine. Ma soprattutto aspettavo con ansia la domenica pomeriggio, giorno libero della Mimma: il babbo mi portava da lei e lei, nella sua casina in vicolo degli Orti, insieme al tè e al dolce, mi serviva le sue storie.
Se ho scritto un libro, e se oggi arricchisco, così almeno dice il mio capo, pagine scritte da altri, lo devo ai miei genitori, ai vecchi che ascoltavo nelle osterie, e lo devo, in particolare, a lei.




R. Bassini - Vicolo del precipizio- Perdisa
 

lunedì 29 aprile 2013

Lo spazio bianco...

W: Lei sai cosa sono gli spazi tra le vignette?

I: Be', sono... Gli spazi fra una vignetta e l'altra. Lo spazio bianco che...
W: Complimenti, veramente. Lei è proprio acuto. Riformulo la domanda: sa cosa c'è negli spazi fra le vignette?
I: (leggermente offeso) No, me lo dica lei.
W: C'è tutta la vita che non è mai stata raccontata. Ci sono le vicende che non diventano storie - per scelta o più spesso per caso - e si perdono nei gorghi del tempo che passa. Ci sono le occasioni non colte, le cose che non vogliamo sapere di noi stessi e degli altri. Gli spazi fra le vignette sono il sottosuolo della nostra coscienza.





G. Carofiglio - Non esiste saggezza - Rizzoli



domenica 28 aprile 2013

sabato 27 aprile 2013

venerdì 26 aprile 2013

POIEIN

Non vorrei crepare 
Prima d'aver conosciuto 
I cani neri del Messico 
Che dormono senza sognare 
Le scimmie a culo nudo
Divoratrici dei tropici 
I ragni d'argento 
Dal nido pieno di bolle 
Non vorrei crepare 
Senza sapere se la luna 
Sotto la sua falsa aria di moneta 
Ha un lato appuntito 
Se il sole è freddo 
Se le quattro stagioni 
Sono davvero quattro 
Senza aver provato 
A portare un vestito 
Lungo i grandi viali
Senza aver guardato
Dentro a un tombino
Senza aver ficcato il cazzo
Nei posti più impensati 
Non vorrei crepare 
Senza conoscere la lebbra 
O le sette malattie 

Che si prendono laggiù
Il bene e il male
Non mi farebbero penare
Se sapessi
Che ne avrò la strenna
E c'è anche
Tutto ciò che conosco
Tutto ciò che apprezzo
E che so che mi piace
Il fondo verde del mare
Dove le alghe ballano il valzer
Sulla sabbia ondulata
L'erba bruciata di giugno
La terra che si screpola
L'odore delle conifere

E i baci di colei
Che questo che quello
La bella ecco
Il mio Orsetto, Orsola
Non vorrei crepare
Prima d'aver consumato
La sua bocca con la mia bocca
Il suo corpo con le mie mani
Il resto coi miei occhi
Non dico altro bisogna pur
Mantenersi riverenti
Non vorrei crepare
Prima che abbiano inventato
Le rose eterne
La giornata di due ore
Il mare in montagna
La montagna al mare
La fine del dolore
I giornali a colori
Tutti i bambini contenti
E tante cose ancora
Che dormono nei crani
Di geniali ingegneri 
Di allegri giardinieri
Di socievoli socialisti 
Di urbani urbanisti 
E di pensatori pensierosi 
Tante cose da vedere
Da vedere e da sentire
Tanto tempo d'attendere
A cercare nel nero

E io vedo la fine
Che brulica e che s'avvicina
Con la sua gola ripugnante
E che m'apre le braccia
Di ranocchia brancicante

Non vorrei crepare
Nossignore nossignora
Prima d'aver provato
Il gusto che mi tormenta
Il gusto più forte
Non vorrei crepare
Prima di aver gustato
Il sapore della morte...


Boris Vian

mercoledì 24 aprile 2013

Sarà...

Che cosa accadrà con questo grande spazio vuoto che ora sono? Con che cosa mi colmerò quando non rimarrà più un briciolo di ambizione, nessun progetto, nulla di me? La forza implosiva mi ridurrà a un buco nero e sparirò. Morire...Abbandonare il corpo è un'idea affascinante. Non voglio continuare a vivere morendo dentro, se voglio rimanere in questo mondo devo pianificare gli anni che mi restano. Forse la vecchiaia è un altro inizio, forse si può tornare ai magici tempi dell'infanzia, quei tempi anteriori al pensiero lineare e ai pregiudizi, quando percepivo l'universo con i sensi esaltati di un demente ed ero libera di credere all'incredibile e di esplorare mondi che poi, nella fase della ragione, sono scomparsi. Ormai non ho molto da perdere, e nulla da difendere. Sarà questa la libertà?



I. Allende- Paula - Feltrinelli

martedì 23 aprile 2013

La geometria delle cose...

Leggo solo libri usati.
Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo.
I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù. I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi.
Così alla trattoria di mezzogiorno mi siedo alla stessa sedia, chiedo minestra e vino e leggo.
Sono romanzi di mare, avventure di montagna, niente storie di città, che già le ho intorno.
Alzo gli occhi per un po’ di sole riflesso nel vetro della porta d’ingresso da dove entrano in due, lei con aria di vento addosso, lui con aria di cenere.
Torno al libro di mare: c’è un po’ di burrasca, forza otto, il giovane sta mangiando di gusto mentre gli altri vomitano.

Poi esce sul ponte a reggersi forte perché è giovane, solo e allegro di burrasca.
Stacco gli occhi per spezzare aglio crudo sulla minestra. Assorbo un piccolo sorso di rosso aspro, legnoso.
Giro pagine docili, bocconi lenti, poi stacco la testa dal bianco di carta e di tovaglia e seguo la linea delle mattonelle di rivestimento che gira per la stanza e passa dietro due pupille nere di donna, messe su quella linea come due “mi” spaccati dal rigo basso del pentagramma. Stanno dritti su di me.
Alzo allo stesso punto il bicchiere e lo lascio sospeso prima di berlo. L’allineamento mi spinge a un principio di sorriso agli zigomi. La geometria delle cose intorno fa succedere coincidenze, incontri.

La donna sorride frontale.
L’uomo di schiena intercetta il brindisi, torce il busto, da precedenza al gomito, l’oste lo schiva con un giro d’anca mentre mi porta un piatto. Prima che l’energico termini il suo mezzo giro mi raschio in gola un saluto alla donna, come se conoscente. Lei risponde uguale mentre l’uomo mi mette a fuoco.
Intanto bevo, rimetto naso al piatto, tra lèggere e inghiottire.




E. De Luca - Tre cavalli - Feltrinelli

lunedì 22 aprile 2013

...una visione

L'eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverabile in molti campi d'attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d'ogni possibilità di realizzazione: solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida delle spiegazioni generali e delle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo.







I. Calvino - Lezioni americane : sei proposte per il prossimo millennio - Mondadori

venerdì 19 aprile 2013

POIEIN

Surreal perspective - Cameron Strahn

Non c'è ritorno





Non c'è ritorno.
Però ci sono alcuni movimenti
che si assomigliano al ritorno
come il fulmine alla luce.
E' come se fossero
forme fisiche del ricordo,
un volto che torna a formarsi tra le mani,
un paesaggio sprofondato che si reinstalla nella retina,
cercare di misurare ancora la distanza che ci separa dalla terra,
tornare a verificare che gli uccelli continuano a vigilarci.
Non c'è ritorno.
Ciò nonostante,
tutto è una aspettativa all’incontrario
che cresce all'indietro.




Roberto Juarroz- Tratto da Poesía Vertical, traduzione di Alessandro Prusso e cura di Benedetta Maestrelli Picchiotti. 

giovedì 18 aprile 2013

Tutto qua.


“Lui Non ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mi corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua”.


E. De Luca - La doppia vita dei numeri - Feltrinelli

mercoledì 17 aprile 2013

La Scena...


La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come un aereo quando lo vedi sbucare ancora silenzioso nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese - è vicina, vicinissima, a tiro. La Grande Occasione- L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le spine dorsali. Sta per tirare - sarà più di dieci chili, attento, non si può sbagliare! - e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola deve essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si presenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina - anche il battito del cuore! - vicina, con l’occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante - luminosi come sulla spiaggia nella note di Capodanno! - lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con La Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.



R. La Capria - Ferito a morte - Mondadori

martedì 16 aprile 2013

Viaggiare...


I famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente si informa sul prezzo della camera, sulla qualità delle lenzuola e sul colore dei tappeti. Il secondo va in questura e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’inventario del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonché delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in un bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza viene chiamata: «Allegria dei famas».
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni ormai partiti, piove a catinelle e i taxi non li vogliono far salire o fan pagare loro prezzi altissimi. I cronopios non si scoraggiano perché credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro:  “Bella città, bellissima città
. E sognano tutta la notte che nella città ci sono grandi feste e che loro sono stati invitati. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna r
ecarsi a vederle perché loro non ci pensano nemmeno.”



J. Cortàzar - Storie di cronopios e di famas - Einaudi

lunedì 15 aprile 2013

La lingua portoghese...

Non ho alcun sentimento politico o sociale. Eppure, in un certo senso, ho un alto sentimento patriottico. La mia patria è la lingua portoghese. Non mi importerebbe se invadessero o conquistassero il Portogallo, a patto che non mi disturbassero personalmente. Ma odio, con autentico odio, con l'unico odio che provo, non chi scrive male il portoghese, non chi non conosce la sintassi, non chi scrive con un'ortografia semplificata, ma la pagina scritta male, come se fosse una persona vera, la sintassi sbagliata come se fosse gente da picchiare, l'ortografia senza ipsilon come uno sputo evidente che mi fa schifo indipendentemente da chi lo sputi.



F. Pessoa - Il libro dell'inquietudine - Mondadori

venerdì 12 aprile 2013

POIEIN


Salvador Dalì - Ritratto della nonna Ana che cuce






Nonna


Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell'estate, già alzata all'alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi pasi, entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti, del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un'altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle spiagge, delle aule e dei pianti, dell'amore nei suoi mille specchi, dell'uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l'uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.

La nonna spunta con il giorno a visitare l'orto e le galline
spartisce l'acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l'ordine.
A volte mi alzo, l'accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie, sento il tremito dell'acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando e si riempiono
di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all'altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell'allegria comune dei polli nati durante la notte.
Il nostro giardino durò quanto l'infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonnina.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi, che in mezzo al mare o all'assalto del polo con il capitano Hatteras, o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l'aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì, piccola
sotto l'architrave, imbacuccata nella tua vecchiezza
senza macchia, nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trae da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l'alba dell'incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.



J. Cortàzar



giovedì 11 aprile 2013

...questione di distanza e di tempo

C'è chi non conosce altre fantasie di quelle realizzate, chi non è capace di immaginarsi
nulla e perciò è poco previdente, immaginare evita molte disgrazie, chi anticipa la propria morte raramente si uccide, chi anticipa quella degli altri raramente li uccide, è meglio uccidere e uccidersi con il pensiero, non lascia conseguenze né tracce, [...] è tutta questione di distanza e di tempo, se si sta un po' lontani il coltello fende l'aria invece di fendere il petto, non affonda nella carne scura o bianca ma percorre lo spazio e non succede niente, il suo percorso non si calcola né si registra e si ignora, non si castigano le intenzioni, i tentativi falliti tante volte vengono taciuti e addirittura negati da chi li ha commessi perché tutto continua come prima anche dopo, l'aria è la stessa e non si apre la pelle né la carne cambia e niente si lacera, è inoffensivo il cuscino premuto contro nessun viso, e poi tutto resta uguale a prima perché l'accumulo e il colpo senza destinatario e l'asfissia senza bocca non bastano a cambiare le cose né le relazioni, e non basta la ripetizione, né l'insistenza, né l'esecuzione frustrata né la minaccia, tutto questo aggrava ma non cambia nulla, la realtà non si accumula.




J - Marìas - Un cuore così bianco - Einaudi

mercoledì 10 aprile 2013

Era un piacere umano...


Dopo il pranzo Roma soccombeva al sopore di agosto. Il sole di mezzogiorno rimaneva immobile al centro del cielo, e nel silenzio delle due del pomeriggio si udiva solo il rumore dell’acqua, che è la voce naturale di Roma. Ma verso le sette di sera le finestre si aprivano d’improvviso per attrarre l’aria fresca che cominciava a muoversi, e una folla giubilante usciva in strada senza altro proposito che quello di vivere, in mezzo agli scoppi delle motociclette, alle grida dei venditori di anguria e alle canzoni d’amore tra i fiori delle terrazze.
Il tenore e io non facevamo la siesta. Andavamo con la sua vespa, lui che guidava e io dietro, e portavamo gelati e cioccolatini alle puttanelle estive che sfarfalleggiavano sotto gli allori centenari di Villa Borghese, in cerca di turisti desti in pieno sole. Erano belle, povere e affettuose, come la maggioranza delle italiane di quei tempi, vestite di organza azzurra, di popeline rosa, di lino verde, e si proteggevano dal sole con gli ombrellini tarmati dalle piogge della guerra recente. Era un piacere umano stare con loro, perché infrangevano le leggi del mestiere, e si concedevano il lusso di perdere un buon cliente per venire con noi a prendere un caffè e a far due chiacchiere al bar dell’angolo, o a passeggiare sulle carrozzelle a nolo lungo i sentieri del parco, o a rattristarci con i re detronizzati e le loro amanti tragiche che all’imbrunire cavalcavano nel galoppatoio. Più di una volta facevamo da interpreti con qualche americano smarrito.


G. G. Màrquez - Dodici racconti raminghi - traduzione di A. Morino - Mondadori

martedì 9 aprile 2013

La vita non è uno scherzo.

104 anni
Quando mi guardo alle spalle penso che il mondo è perverso e la vita non è uno scherzo.
La vita è breve, dura il tempo di un attimo.
Quanto più si vive, più grande è la sofferenza cui si va incontro. Non appena si comincia a prendere una direzione, a maturare, già arriva il momento di dire addio alla famiglia, agli amici.
Penso che la vita è, in definitiva, un'esperienza che si vive contro il male, contrastando il male.
Come si fa? Fissando una serie di principi.
Nel mio caso, la battaglia per ciò che ho sempre ritenuto giusto: l'uguaglianza. Proprio perchè la sofferenza degli altri è anche la nostra e noi siamo parte del mondo. In tutti i casi, il risultato è sempre lo stesso: alla fine si sparisce. La vita è un soffio. Per questo bisogna imparare ad attraversarla in modo decente.



O. Niemeyer - Il mondo è ingiusto- Mondadori

lunedì 8 aprile 2013

Invece...

G. Amisiani- Ritratto di Lyda Borelli
Siamo soliti associare alla civetteria comportamenti sfrontati, e ci aspettiamo che a un animo impudente corrispondano modi altrettanto impudenti; infine mi aspettavo che Lady Susan mostrasse un’ inopportuna confidenza, invece ha un’espressione dolcissima, e la sua voce e i suoi modi amabili la rendono oltremodo affascinante. Mi spiace che sia così, perché di cos’altro potrebbe trattarsi se non di una finzione?
Purtroppo la conosco troppo bene. E’ intelligente e simpatica, usa abilmente tutti i mezzi necessari a rendere piacevole la conversazione e parla molto bene, con una felice padronanza della lingua, che ella utilizza spesso, mi pare, per trasformare in bianco il nero.



J. Austen - Lady Susan - Traduzione di Daniela Paladini- Newton Compton

venerdì 5 aprile 2013

POIEIN

G. Klimt - Il parco

Pronunci parole




pronunci parole come fossero alberi
hanno foglie che cantano
e uccelli che si uniscono al sole
il tuo silenzio suscita le grida del mondo






Juan Gelman




 




giovedì 4 aprile 2013

Perfettibile...

Ma che cos’è la perfezione? È il punto di fuga di una strada senza fine, è il miraggio che si sposta davanti a noi, è l’ultimo piolo di una scala circolare.
«La perfezione, vede, ha a che fare con l’infinito, ma l’infinito non è solo l’infinitamente grande. C’è anche l’infinitamente piccolo. La perfezione può richiamare l’idea di movimento, ma anche l’idea di rallentamento. La ricerca della perfezione procede con un ritmo che rallenta all’infinito. È una progressione continua che tuttavia si riduce a mano a mano che ci si avvicina alla meta.




P. Maurensig - Canone inverso - Mondadori



mercoledì 3 aprile 2013

Vagamente

Pierrot non aveva alcuna idea speciale sulla moralità o sull’avvenire della civiltà. Nessuno gli aveva mai detto che era intelligente. Gli avevano detto più spesso che si comportava come un frescone e che aveva analogie con la luna. Ad ogni modo, qui, adesso, era felice e contento, vagamente. Del resto, tra i moscerini ce n’era uno più grosso degli altri e più insistente. Pierrot aveva un mestiere, almeno per la stagione. In ottobre, avrebbe visto. Per il momento, aveva davanti un terzo dell’anno che già tintinnava degli scudi della paga. C’era di che esser felice e contento per uno che conosceva da sempre i giorni incerti, le settimane poco probabili e i mesi assai deficienti. L’occhio pesto gli faceva un po’ male, ma la sofferenza fisica ha forse mai impedito la felicità?



R. Queneau - Pierrot amico mio -  Traduzione di Fabrizio Onofri - Einaudi

martedì 2 aprile 2013

Intuizioni...

Intuì che scrivere una cosa significa possederla, illusione verso cui inclina una non insignificante parte di umanità. Pensò a centinaia di pagine zeppe di parole e senti' che il mondo gli faceva molto meno paura...






A. Baricco - Castelli di rabbia - Feltrinelli