mercoledì 30 giugno 2010

Senza calcolo...

...Nelle lunghe ore di silenzio mi si affollano i ricordi, tutto mi è accaduto nello stesso istante,come se la mia vita intera fosse una sola immagine intellegibile.La bambina e la giovane che fui,l a donna che sono, la vecchia che sarò, tutte le tappe sono acqua della stessa impetuosa corrente.La mia memoria è come un mural messicano in cui tutto accade simultaneamente:l e navi degli inquisitori in un angolo mentre l'inquisizione tortura gli indio in un altro, i liberatori che galoppano con le bandiere insanguinate e il serpente piumato di fronte a un Cristo sofferente fra le ciminiere fumiganti dell'età industriale.Così è la mia vita, un affresco molteplice e variabile che solo io posso decifrare e che mi appartiene come un segreto.La mente seleziona, esagera,tradisce, gli avvenimenti si sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell'anima, quei rari momenti di rivelazione dello spirito. Non interessa ciò che mi è accaduto ,ma le cicatrici che mi segnano e mi distinguono. Il mio passato ha poco senso, non vedo ordine, chiarezza, propositi nè cammini, solo un viaggio alla cieca guidata dall'istinto e da eventi incontrollabili che deviano il corso del mio destino. Non ci fu calcolo, solo buoni propositi e il vago sospetto che ci sia un disegno superiore che determina i miei passi. Finora non ho condiviso il mio passato, è il mio ultimo giardino su cui non si è affacciato neppure l'amante più intruso. Prendilo, Paula, forse ti servirà a qualcosa, perchè credo che il tuo non esista piu, si è perso in questo lungo sonno e non si puo vivere senza ricordi.


Isabel Allende-Paula-Feltrinelli

martedì 29 giugno 2010

Essendo noi

Per molto tempo crediamo di conoscere la natura dei nostri desideri, delle nostre inclinazioni e dei nostri stati d'animo. Ma poi arriva un attimo in cui un'esplosione assordante ci avverte che viviamo in luoghi diversi da quelli in cui vorremmo vivere, che non ci occupiamo delle cose per cui abbiamo attitudine, che cerchiamo i favori o suscitiamo la collera di persone con cui non abbiamo nulla in comune, mentre ci manteniamo distanti, sordi e indifferenti nei confronti delle persone di cui proviamo nostalgia e a cui siamo legati da un vincolo profondo. Chi non presta ascolto a un tale avvertimento rischia di vivere una vita goffa e dimezzata, senza mai essere veramente se stesso. Non è un sogno, e neanche un "sogno a occhi aperti": è uno strano, rapinoso stato d'animo quello che ci rivela quali siano i nostri compiti, i nostri obblighi e il nostro destino, e che cosa, nella nostra vita, appartenga esclusivamente a noi; questi istanti ci mostrano ciò che vi è di personale nella nostra esistenza, quello che entro i limiti angusti della condizione umana costituisce l'essenza specifica dell'individualità. In tali momenti non mi sono mai attardato a riflettere, ho sempre obbedito al segnale senza la minima esitazione, con la placidità di un sonnambulo.




Sàndor Màrai-Confessioni di un borghese-Adelphy

lunedì 28 giugno 2010

Il nuovo

"Come va, Lòpez"
Un signore incontra un amico e lo saluta, gli stringe la mano e fa un leggero cenno con il capo.
È così che crede di averlo salutato, ma il saluto è già stato inventato e il signore educato non fa che calzare il saluto.
Piove. Un signore si rifugia sotto un portone. Quasi mai i signori come lui sanno che in fin dei conti sono scivolati su un toboga prefabbricato dalla prima goccia di pioggia al primo portone. Un umido toboga di foglie fradice.
E i gesti dell’amore, questo dolce museo, questa galleria di figure di fumo. Si consoli la tua vanità: la mano di Antonio cercò quel che cerca la tua mano, e né la sua né la tua cercavano qualcosa che non sia già stato trovato fin dall’eternità. Ma le cose invisibili hanno bisogno di incarnarsi, le idee cadono a terra come colombe morte.
Ciò che è veramente nuovo fa paura o meraviglia.
Queste due sensazioni ugualmente vicine alla bocca dello stomaco accompagnano sempre la presenza di Prometeo; quel che resta è la comodità, quel che riesce sempre più o meno bene; i verbi attivi contengono il repertorio completo.
Amleto non dubita: cerca la soluzione autentica e non il portone di casa o le vie già percorse – nonostante tutte le scorciatoie e i crocicchi che offrono.
Vuole la tangente che incrina il mistero, la quinta foglia del trifoglio. Fra il sì e il no, quale infinita rosa dei venti. I principi di Danimarca, falchi che scelgono la morte per fame piuttosto che cibarsi di carne morta.
Quando le scarpe stringono, buon segno. C’è qualcosa che cambia, qualcosa che ci mostra, che sordamente ci pone, ci imposta. Per questo i mostri sono tanto popolari e i giornali vanno in estasi per un vitello bicefalo. Quale opportunità, quale abbozzo di gran salto verso l’altro!
Guarda chi si vede.
- Come va, Lòpez?
- Come va, carissimo?
È così che credono di essersi salutati.


Julio Cortàzar-Storie di cronopios e di famas-Einaudi

domenica 27 giugno 2010

venerdì 25 giugno 2010

POIEIN

                                                           
              Foto di Felicia Di Stefano-La porta chiusa 


Te ne sarai
accorta che
più spingo
per entrare
più ti fai aperta
e, nell’aprirti
come fossi la mia porta,
di scivolare in me
nel punto stesso
del mio starti
dentro.
E nell’averti in me
è il ritrovarmi
intero
al centro
senza che
mi costi,
nella coincidenza
degli opposti



Poesia inedita-Paolo Ruffilli

giovedì 24 giugno 2010

La lampada di Aladino

Mi piace pensare a questo libro, realmente, come ad un lampada appannata, annerita dal tempo, che basta strofinare con un panno perchè riacquisti il suo splendore. Così sono i ricordi contenuti all'interno di queste pagine, le memorie di vita vissuta, le persone e gli avvenimenti che Sepùlveda attraverso il raccontare salva dall'oblio, collocandoli, definitivamente, nell'arco di dodici racconti a metà tra la favola e il diario. Come sempre lo stile è semplice e confidenziale, l'ironia permea l'intero libro, propria di chi ne ha viste tante e sa l'opportunità di non prendersi troppo sul serio. Sembra di ripercorrere le tappe della vita dell'autore, "l'amore e le sue cose" degli inizi e quello dopo, o anche tutti e due insieme (che può capitare che coincidano), l'impegno politico, l'attaccamento alla propria terra e alle proprie origini, la presa di coscienza del proprio posto nel mondo e tra gli uomini, con la conseguente scelta di rispetto per l'uno e per gli altri ad oltranza, la passione per la scrittura e per alcuni scrittori/poeti amati e cari, il sentimento dell'amicizia e l'esperienza della sua perdita. E' commovente l'identificarsi dell'autore con un vecchio albero, rimasto solo, ormai, allo sferzare dei venti della Patagonia.
Spesso gli scrittori, che ammiriamo, tendiamo ad idealizzarli, tanto da restare delusi se poi abbiamo la ventura o sventura, a seconda dei casi, di conoscerli di persona. Io Sepùlveda l'ho incontrato il giorno del suo sessantesimo compleanno, mi aveva emozionato sentirgli raccontare, tra l'altro, del fatto che guardandosi allo specchio ogni mattina si sentisse "appena decente", a dispetto della sua vita tanto speciale e ricca di cose e, per certi versi, addirittura avventurosa. A vederlo di persona dà, davvero, l'idea di un vecchio albero della Patagonia, una quercia dalle radici ampie e solidissime; sono riuscita ad augurargli, credo balbettando, lunga vita e lunga scrittura e lui mi ha ringraziato e regalato un autografo con inchiostro verde, a riprova che è davvero l'albero della Patagonia di cui parla, verde e rigogliosissimo malgrado i venti.


Luis Sepùlveda- La lampada di Aladino- Guanda

mercoledì 23 giugno 2010

Occhi impossibili

....e io l'ho odiato ogni singola volta che sono entrato nelle due sale dell'Orangerie, a Parigi, sempre uscendone sconfitto, ogni singola volta, per vent'anni. E ancora lo odierei oggi inutile profanatore di superfici curve se non mi fosse accaduto, nel pomeriggio del 14 giugno 1983, di vedere qualcuno, una donna, entrare nella sala 2, la più grande e, sotto i miei occhi, vedere le Nymphéas, vedere le Nymphéas svelandomi così che farlo era possibile, non per me, forse, ma in assoluto, per qualcuno, a questo mondo: quello sguardo c'era, lì dentro, e c'era un dove che ne era l'inizio, la parabola e la fine. Per anni in effetti avevo spiato le donne, lì dentro, sospettando istintivamente che se c'era una soluzione una donna l'avrebbe scoperta, non foss'altro che per oggettiva complicità tra enigmi. Naturalmente osservavo le donne belle, soprattutto le donne belle. Quella donna si staccò dal suo gruppo, donna orientale, un grosso cappello che le nascondeva in parte il viso, scarpe strane, si staccò e si diresse verso una parete della sala 2 era al centro, prima, con il suo gruppo di turiste orientali, tutte donne e si staccò da lì, come se avesse perso l'appiglio che la teneva aggrappata al suo gruppo, e ora una singolare forza di gravità la attirasse a cadere verso le ninfee, quelle esposte sulla parete a est, dove massima è la curvatura verso le ninfee si lasciò cadere assumendo di colpo l'andatura di una foglia autunnale cadeva a pendolo, oscillando in movimenti contraddittori e armonicamente contorti mi piace dire: curvi. Due stampelle, di legno, a premere sotto le ascelle, i piedi batacchi neri molli rotti dentro a suonare passi focomelici, uno scialle sulle spalle scialle malattia le braccia accartocciate malamente sembrava una falena splendida esausta, e io la guardai come venisse da lunghissima migrazione, esausta, splendida, lì. Guadagnava centimetro dopo centimetro, con una fatica immensa, e non sembrava conoscere l'ipotesi di fermarsi. Avvitava ogni movimento intorno all'asse della sua malformazione, eppure procedeva, srotolava sussulti interpretabili come passi, e così avanzava, lumaca paziente, inseparabile dal male sua dimora striscia di bava, dietro, ad appuntare la traiettoria del grottesco cammino l'imbarazzo degli altri a risalirlo, macinando vergogna e disappunto, alla ricerca di scappatoie per gli occhi, ma non era facile smettere di guardarla, non si riusciva a guardare altrove c'erano un sacco di persone, c'ero io, a un certo punto ci fu solamente lei. Arrivò fino a sfiorare le ninfee, poi prese a scivolargli accanto, replicando la curvatura della parete, ma arricchita di vocalizzi cinetici, accartocciata la linea curva in uno scarabocchio a ogni scossa più affaticato, riaggiornata a ogni istante la distanza, non meno indefinita delle ninfee, perché disseminata in quel movimento dalle mille direzioni, esplosa in quel corpo senza centro. Si fece l'intera sala, così, avvicinandosi e allontanandosi, sballottata dal pendolo ubriaco che le minutava dentro il tempo del suo male, mentre la gente si scostava, attenta a non turbare anche le più impensate evoluzioni del suo andare. E io, che per anni avevo cercato di guardare quelle ninfee, mai riuscendo a vedere altro che ninfee, piuttosto kitsch e deplorevoli oltretutto, me la lasciai passare accanto e improvvisamente capii, senza neppure spiare cosa facesse con gli occhi, con assoluta chiarezza capii che lei stava vedendo, lei era lo sguardo che quelle ninfee raccontavano, lo sguardo che da sempre le aveva viste, lei era l'angolazione esatta, il punto di vista preciso, l'occhio impossibile lo erano le sue scarpe tozze, nere, lo erano il suo male, la sua pazienza, l'orrore delle sue mosse, le stampelle di legno, lo scialle malattia, il rantolo di gambe e braccia, la pena, la forza, e quell'irripetibile traiettoria sbavata nello spazio perduta per sempre quando alla fine arrivò, si fermò, e sorrise.



Alessandro Baricco-City-Rizzoli

martedì 22 giugno 2010

Verso un porto deserto

Per che scopo sono nato?… Probabilmente uno scopo c’era e devo avere avuto un’alta destinazione, perché mi sento forze sconfinate nell’anima; ma non sono riuscito a scoprire questa destinazione, mi sono distratto con le lusinghe di passioni vuote e ingrate; dal loro crogiolo io sono uscito duro e freddo come l’acciaio, ma ho perso per sempre il fuoco delle nobili aspirazioni, il fiore migliore della vita. E da allora quante volte ho già recitato il ruolo dell’ascia nelle mani del destino! Come lo strumento del boia, io sono caduto sulla testa delle vittime predestinate, spesso senza cattiveria, sempre senza rimpianto… Il mio amore non ha mai reso felice nessuno, perché non ho mai sacrificato nulla per coloro che ho amato; io amavo per me, per il mio proprio piacere, mi limitavo a soddisfare uno strano bisogno del cuore, inghiottivo avidamente i loro sentimenti, la loro tenerezza, le loro gioie e sofferenze: e non ne ero mai sazio. Così chi è sfinito dalla fame si addormenta stremato e vede in sogno cibi sontuosi e vini spumeggianti; divora con entusiasmo i doni aerei dell’immaginazione e gli pare di stare meglio… ma non appena si sveglia, la visione scompare… restano la fame raddoppiata e la disperazione!
Così forse, domani io morirò!… e sulla terra non resterà nemmeno un essere che mi abbia veramente capito. Alcuni mi ritengono peggiore, altri migliore di quanto io non sia in realtà… alcuni diranno: era un bravo ragazzo, altri: un farabutto!… E l’una e l’altra cosa saranno false. 




 Michail J. Lermontov-Un eroe del nostro tempo-Feltrinelli

lunedì 21 giugno 2010

La bella estate bella

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. 


Cesare Pavese-La bella estate-Einaudi

sabato 19 giugno 2010

venerdì 18 giugno 2010

POIEIN

Il mio paese



 Il mio paese è come un parente sdegnoso   
che non mi apre le sue porte. 

Sono l'estranea che viene con cattive abitudini  
a toccargli il volto.  
Mi avvicino piano. Com'è cresciuto!
Che occhi alteri!
Sapranno, mi domando, che un giorno
assaltammo muraglie nel suo nome?
Sapranno, mi domando, che lasciai perfino aperta
la porta nella fuga per facilitare il saccheggio?
Come cresce il giovane!
Con quali diverse espressioni mi parlerà!
Incrociamo gesti, sguardi, segnali
sorrido triste.
In definitiva i miei codici camminano difendendo
il più caro dei sogni
ma la mia dimora è una barca varata in autunno
aspettando l'apertura dei porti
e di ammainare nella memoria di quel cielo.
 
 
 
 
 Carmen Yànez-Paesaggio di luna fredda-Guanda
 

In memoriam

Vengano infine le alte allegrie
le notti calme
venga la pace agognata
le armonie
e il riscatto del frutto
e il fiore delle anime
che vengano amor mio
perché questi giorni
sono di stanchezza mortale
di rabbia
di nulla.


Josè Saramago
                                                                                                                              

                                                                                                                                                                     

giovedì 17 giugno 2010

Mutandine di chiffon

Il titolo è allusivo, però nessuna traccia di licenziosità nè delle stesse mutandine si ritrova all'interno di questo libro ( altro non sono che il titolo di una canzone di successo, scritta sotto lo pseudonimo di Bel Ami dal locatario di un giovanissimo Fruttero ) , l'autore è uno splendido ottuagenario, un uomo d'altri tempi, non nel senso di datato tutt'altro, egli è persino di una lucidità e ironia spiazzanti, bensì per la classe e lo stile e l'intelligenza colta e raffinata, mai altezzosa, che lo contraddistinguono. Lo chiffon mi ha fatto venire in mente il ratafià di Paolo Conte, anch'egli piemontese come l'autore e proprio come l'autore anch'egli di un'altra epoca. Fossati ( altro canatante, che oggi mi ha preso così! ) canta "che non si regala l'intelligenza e la compagnia", azzeccatissimo per il sottotitolo di questo libro : "memorie retribuite", perchè una tale condivisione di fatti e storie e passaggi di vite come avviene in queste pagine, che hanno riguardato lo stesso autore e una moltitudine di altri individui, famosi o meno, che si sono incrociati con lui ( Citati, Bocca, Simenon, Calvino e consorte ecc.ecc.) perchè non suoni come un autoincensarsi melenso o un egocentrico e tristemente nostalgico mettersi su di un piedistallo, non può non essere una raccolta di lavori fatti per "pecunia", banalmente ( e non ditemi che questa non è grandezza! ). Bello il racconto della passione per la lettura, passione che esclude da tutto il resto, perchè assoluta e scoppiata in contingenze sinistre ( Fruttero era sfollato in un castello durante la Seconda guerra mondiale ) e del tutto inaspettatamente; bella l'idea di dissacrarla la letteratura, addirittura arrivando a spettegolarne e a spettegolare dei suoi mostri sacri. Splendido il ricordo dell'amicizia con Lucentini, amicizia rimasta intatta anche dopo la morte dell'amico, si ricostruisce in tre capitoli di questo libro la loro proficua collaborazione e fraterna unione d'intenti, protrattasi ininterrottamente dagli anni sessanta. Proprio roba d'altri tempi, insomma.



Carlo Fruttero- Mutandine di chiffon- Mondadori

mercoledì 16 giugno 2010

...a sapere che vuol dire.

Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico:
1) Alison Ashworth
2) Penny Hardwick
3) Jackie Allen
4) Charlie Nicholson
5) Sarah Kendrew
Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura? Ammetto che rientreresti tra le prime dieci, ma no c’è spazio per te tra le prime cinque; sono posti destinati a quel genere di umiliazioni e di strazi che tu semplicemente non sei in grado di appioppare.
Questo forse suona più cattivo di quanto vorrei, ma il fatto è che noi siamo troppo cresciuti per rovinarci la vita a vicenda, e questo è un bene, non un male, per cui se non sei in classifica, non prenderla sul piano personale.
Quei tempi sono passati, e che liberazione, cazzo; l’infelicità significava davvero qualcosa, allora. Adesso è solo una seccatura, un pò come avere il raffreddore o essere al verde. Se volevi veramente incasinarmi, dovevi arrivare prima.



Nick Hornby-Alta fedeltà-Guanda

martedì 15 giugno 2010

Arricchirsi

In un'improvvisa e silenziosa emozione, come se sognasse a occhi aperti, si riversa su di lui un fiume di immagini, immagini di donne conosciute in due continenti, alcune così remote che stenta a riconoscerle. come foglie sollevate dal vento, gli turbinano intorno alla rinfusa. Centinaia di vite intrecciate con la sua. David trattiene il fiato, nella speranza che la visione non si interrompa.
Che cosa è successo a tutte quelle donne, a tutte quelle vite? Capita anche a loro, almeno a qualcuna, di trovarsi tuffate all'improvviso nel mare dei ricordi? La ragazza tedesca: è possibile che in questo preciso istante le sia tornato in mente l'uomo che l'ha raccolta lungo la strada in Africa e ha passato la notte con lei?
"Arricchito": la parola di cui i giornali si sono impossessati per farsi beffe di lui. Una stupidaggine lasciarsela scappare in quelle circostanze, ma ora sarebbe pronto a difenderla a spada tratta. si, da Melanie, dalla ragazza di Towns River, da Rosalind, da Bev Shaw, da Soraya, da ciascuna di loro è stato arricchito, e da molte altre, anche dalla più disprezzabile delle sue donne, anche dai fallimenti. Come un fiore che gli sboccia in petto, il suo cuore si gonfia di gratitudine.




J. M. Coetzee-Vergogna-Einaudi

lunedì 14 giugno 2010

...un don Chischiotte.

"Tu avevi in cuore una visione della vita, una fede, un postulato, eri pronto ad agire, soffrire, a sacrificarti… e poi ti accorgesti a poco a poco che il mondo non chiedeva affatto gesta e sacrifici e cose simili, che la vita non è un poema sublime con personaggi eroici, bensì una buona stanza borghese dove ci si accontenta di mangiare e bere, di prendere il caffè e di fare la calza, di giocare a tarocchi e di ascoltare la radio. E chi pretende quelle altre cose, le cose belle e eroiche, il rispetto dei grandi poeti o la venerazione dei santi è uno sciocco, un don Chisciotte.


H.Hesse-Il lupo nella steppa-Mondadori 

domenica 13 giugno 2010

venerdì 11 giugno 2010

giovedì 10 giugno 2010

Il peso della farfalla

Nomen omen viene da dire per questo libretto, non pesa nulla eppure è schiacciante e decisivo. Ogni parola è cesellata, scelta con sapienza, pregna, sembra quasi , leggendo, di farsela passare sulla lingua come una caramella, che piano piano, sciogliendosi, rilascia in bocca il suo sapore. Abbiamo a che fare con due solitari, un camoscio e un bracconiere, due esistenze al margine, due vite speculari, giunte quasi alla fine nella coerenza di una propria singolarità. L'uomo a differenza dell'animale non ha armonia, non ha equilibrio, non ha legge; egli è tutto un ribaltare i piani, un mettere in discussione senza pace nè tregua, un costante non abitare il proprio tempo, cercando di piegarlo a questo o quel fine, strumentalizzarlo per questo o quell'obiettivo, destinandosi così alla disperazione per la perdita irrimediabile del presente. L'animale pur nella sua singolarità, invece, sottosta alle leggi della natura e sa il tempo, lo accetta e compie il suo destino, senza tema di sbagliare o di essere ridicolizzato o colpevolizzato, vive così naturalmente. La natura e l'ipotesi di un creatore a sorvegliare sul tutto sono alla base del messaggio che questo racconto vuole dare, fatale è lo svolazzare della farfalla, che con un suo tocco lievissimo deciderà il destino dell'uomo, pareggiando i conti definitivamente tra lui e l'animale. Non si vince nè si perde alla vita, è gia tanto che si finisca zero a zero. Bellissima parabola intrisa di misticismo, frutto di autoanalisi credo e di notevole sensibilità verso la natura, l'universo femminile e la funzione ad esso destinata di uovo (custodia per eccellenza della vita). Davvero bello, lo consiglio.



Erri de Luca- Il peso della farfalla- Feltrinelli

mercoledì 9 giugno 2010

Verso sud nel niente grigio e senza nomi.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’oscurità.
Con la prima luce grigiastra l’uomo si alzò, lasciò il bambino addormentato e uscì sulla strada, si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio. Gli pareva che fosse ottobre ma non ne era sicuro. Erano anni che non possedeva un calendario. Si stavano spostando verso sud. Lì non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno.


Cormarc McCarthy-La strada-Einaudi

martedì 8 giugno 2010

Se hai visto il mare

"...quando la mia vita non valeva una manciata di prugne secche, dividevo le persone in due categorie, quelle che hanno già visto il mare e quelle che, per loro disgrazia, non lo vedranno mai. Morire senza vedere il mare è una cosa molto triste, perchè uno si immagina il mondo come un'immensa crosta impestata da verruche di calcare e granito, con alberi, cespugli e case a condimento. Sopra il mare, invece, non ci cresce niente, tutto va e torna come le barche. La vita nel mare è tutta sotto, nascosta a chi non sa vedere oltre il visibile. Le persone che hanno visto il mare si riconoscono dagli occhi, perchè ne conservano la meraviglia nello sguardo e spesso li tengono sbarrati anche nel sonno, quando il letto di crine o foglie di pannocchie  diventa una placenta in cui nuotare, sognando quello che verrà dopo la morte. Le labbra di chi ha visto il mare sono ammanigliate verso l'alto, in un'esclamazione che vuol gridare: "Eh raju! Ite bellu!"


 Salvatore Niffoi-La vedova scalza-Adelphi

lunedì 7 giugno 2010

La suona il vento...

Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro. In un autunno molto remoto, dunque; e certo fu Dolly a parlarmene, perché nessun altro avrebbe pensato a quel nome: arpa d’erba.
Se, uscendo dalla città, imboccate la strada della chiesa, rasenterete di lì a poco una abbagliante collina di pietre candide come ossa e di scuri fiori riarsi: è il cimitero Battista. Vi sono sepolti i membri della nostra famiglia, i Talbo, i Fenwick. Mia madre riposa accanto a mio padre e le tombe dei parenti e degli affini, venti o più, sono disposte intorno a loro come radici prone di un albero di pietra. Sotto la collina si stende un campo di alta saggina, che muta di colore ad ogni stagione; andate a vederlo in autunno, nel tardo settembre, quando diventa rosso come il tramonto, mentre riflessi scarlatti simili a falò ondeggiano su di esso e i venti dell’autunno battono sulle foglie secche evocando il sospiro di una musica umana, di un’arpa di voci.
Al di là del campo le tenebre del Bosco del Fiume. Fu certo in una giornata di settembre, mentre raccoglievano radici nel bosco, che Dolly disse: “Senti? E’ l’arpa d’erba, che racconta qualche storia.
Conosce la storia di tutta la gente della collina, di tutta la gente che è vissuta, e quando saremo morti racconterà anche la nostra”.


Truman Capote-L'arpa d'erba-Garzanti

venerdì 4 giugno 2010

POIEIN

                                                                       
                                                                       
                                                     Egon Schiele-L'abbraccio



[XXXIX]

Il tuo modo d'amare è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni è il silenzio. [...]
Mai parole o abbracci mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi, mappe, telefoni, presagi; tu, no.
E sto abbracciato a te senza chiederti nulla,
per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire, con domande, con carezze,
quella solitudine immensa, d'amarti solo io.




Pedro Salinas-da La voce a te dovuta- Einaudi

giovedì 3 giugno 2010

Domani nella battaglia pensa a me.

Se raccontare è indice di generosità, come in questo romanzo sembra si lasci intendere, allora Marias è un generoso. Tutta la storia ruota intorno al concetto di verità, la verità di ciascuno di noi in relazione a ciò che sperimentiamo col nostro agire o non agire, col nostro aprirci agli altri oppure no, anche a prescindere dalla nostra stessa consapevolezza, col vivere quotidiano, insomma, finisce per non esistere, perchè non è mai la stessa. In questo romanzo,  a mio avviso più che degno di questo nome, passa il messaggio che tutto ciò che succede, anche se mentre accade sembra essere "neutro, rivisto alla luce di un naturale accadimento (che tendiamo ad occultare, a allontanare perchè culturalmente sentito come imbarazzante, umiliante, angoscioso e quant'altro...) quale è la morte, può assumere connotati di colpevolezza, di crudeltà, di ignominia assolutamente impensabili in sua assenza. Sembra che i fatti vengano a illuminarsi di una luce criminosa per effetto della morte, la verità diventa addirittura parziale e definitiva, senza possibilità di essere più smentita o rettificata. Ed ecco che nasce l'esigenza di raccontare, argomentare, giustificare per convincere gli altri e convincerci,  a nostra volta, della neutralità dei nostri comportamenti nel momento che venivano compiuti. La morte parcellizza la realtà, il racconto è più completo e assolve perchè persuade, convince e porta l'interlocutore dalla parte di chi racconta , apre a possibilità prima ignorate e pensate inesistenti, proprio  il contrario del silenzio e della morte stessa. L'autore è bravissimo nel raccontare, molto interessante è l'analisi particolareggiata  che fa della psicologia femminile vista dal punto di vista maschile. Ha un linguaggio tutt'altro che banale ma mai pesante o macchinoso, bellissimi sono i suoi flash back continui e inquietanti al tempo stesso, bello è l'utilizzo di immagini ( la nuca, le scarpe, il cadere in ginocchio, le mani che stringono o fanno altro ) che si sovrappongono e si ripetono nel corso del romanzo anche se in contesti diversi; sembra che i fatti e i personaggi che li mettono in atto siano dei prismi, che a seconda della luce possono rimandarci una  faccia o l'altra, o addirittura più facce tutte insieme. Originalissima la trovata di chiamare ad un certo punto, il protagonista che è un negro ( in senso letterario ), un nessuno di un nessuno a sua volta, proprio Javier. Questo la dice lunga sulla sottile ironia e il senso di divertimento che permea la storia ( vita e letteratura come facce di una stessa medaglia, credo ci siano riferimenti fortemente autobiografici a riguardo ) e sulla capacità d'incantare e sedurre fino all'ultima parola del suo autore. Assolutamente da leggere!


Javier Marìas- Domani nella battaglia pensa a me- Einaudi

mercoledì 2 giugno 2010

Il mio tema

"Ci innamoriamo sempre di coloro che temiamo, così provochiamo un cortocircuito alla paura e non la sentiamo più. Come succede fra un serpente e un uccello: l'uccello si sente affascinato, attratto, non è vero? Non soffre, non sente paura, è ipnotizzato. Il serpente finisce per ingoiarlo. E' così. Saltiamo da un innamoramento passeggero a un altro, evitiamo la paura. Passano anni senza che riusciamo a sperimentare l'amore - non è frequente che si materializzi - e alla fine della via riusciamo a esprimere solo una grande ira perchè sentiamo di averla perduta, di aver perso inutilmente il tempo." ... "Per scappare bisogna avere un posto dove andare. Quello che mi interessa piuttosto è restare: la conquista della paura. Nascondersi, confrontarsi, esorcizzare, vergognarsi, tremare e alla fine avere paura della paura stessa. Questo è il mio tema. Questo, credo, è il tema."



Louise Bourgeois-Distruzione del padre/ricostruzione del padre-Quodlibet

martedì 1 giugno 2010

Una proroga

Nella fotografia incorniciata, quella in camera da letto, Nadia ha invece un'aria attiva. Diversa, comunque.
Due piccoli orecchini,  l'ombra di un sorriso timido che un pò chiede e un pò promette.
Come una proroga: non ora. Poi, tutto quello che vorrai.


Amos Oz-Lo stesso mare- Feltrinelli